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2.03.2022

LA SCRITTURA DISEGNATA DI STEINBERG

Da PRETEXT
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Le radici letterarie di un artista lontano dai canoni

Artista geniale, fuori da ogni canone del Novecento, Saul Steinberg ha sempre mostrato una certa diffidenza nei confronti della parola e della scrittura che riteneva ambigue nel significato, a volte superflue, e in fondo inutilmente complesse. A differenza del disegno, s’intende. Quantomeno del suo.

Un paradosso per chi come lui ha esercitato una forte e lunga influenza nel mondo editoriale e letterario, delle riviste e dei libri (forse ancor prima che nel mondo dell’arte). Le sue illustrazioni per “Life”, “Time” e “Harper’s Bazaar”, le celebri copertine del “New Yorker”, sono entrate nel nostro immaginario e non ne usciranno facilmente. Come nel caso dell’iconica View of the World from 9th Avenue, la mappa stilizzata degli Stati Uniti visti dalla riva del fiume Hudson a Manhattan.

Ma una ragione c’è. A pensarci bene con i suoi disegni in bianco e nero, Steinberg ha inventato a sua volta una forma di scrittura alternativa, un linguaggio fantastico di segni essenziali e di comprensione universale (a differenza di quello tradizionale, osteggiato). Le sue invenzioni ironiche, i suoi personaggi stralunati, i paesaggi urbani e le composizioni più varie, nella loro essenzialità, corrispondono quasi a ideogrammi, segni grafici semplici e originali capaci di rappresentare idee, di raccontare paesi e costumi, di indagare luoghi e pensieri, di scatenare l’immaginazione. Non a caso diceva di sé: “So sei lingue ma la mia vera lingua è la linea”.

Secondo il critico d’arte Harold Rosenberg Steinberg era “uno scrittore d’immagini, un architetto del linguaggio e dei suoni, un progettista di trame filosofiche. Grazie alla sua passione per la penna, la matita e l’inchiostro e alla complessa natura intellettuale dei suoi prodotti si potrebbe pensare a Steinberg come a uno scrittore, per quanto unico nel suo campo.”

Sembrava pensarla in modo simile il semiologo Roland Barthes: “Sto lavorando su Steinberg, studiando più attentamente possibile il dettaglio del suo lavoro. Sollevo la testa, rifletto e lascio libero quello sguardo interiore che è la memoria. Ora so che cos’è per me la sua opera: un testo.” E aggiungeva: “Una sua tavola è 1) da leggere 2) da indovinare 3) da… Da che? Percepiamo che è richiesta una terza operazione che supera le altre due ma non sappiamo che cos’è.” Una linea interpretativa su cui ritroviamo anche Adam Gopnik quando afferma che “quel che fa Steinberg è rendere visibili le costruzioni della mente, concepire metafore e idee astratte e materializzarle in disegni.”

Steinberg, del resto, prima ancora di avere dei mentori nel mondo dell’arte - tra tutti Picasso, Matisse e Pollock - rivendicava l’ispirazione a scrittori come Joyce e Nabokov. Non a caso emigrati come lui, che arrivava da una famiglia ebraica rumena e, dopo una lunga tappa a Milano, dove aveva studiato architettura e iniziato a disegnare per “Il Bertoldo”, si era stabilito finalmente negli Stati Uniti. Nabokov lo conobbe, oltre a leggerlo, e fu sempre affascinato dalla sua biografia. Collaboravano tra l’altro entrambi al “New Yorker”.  Quanto a Joyce basti ricordare che si fece festeggiare a lungo il 16 giugno anziché nella data del suo compleanno: e cioè “Bloomsday”, il giorno delle peregrinazioni dell’eroe dell’Ulisse.

Figlio di un tipografo e rilegatore di libri di Bucarest, Saul si considerava un buon artista ma uno “scrittore mancato”. Non perché non fosse dotato in quel campo ma perché sentiva di non poter eccellere come avrebbe voluto. In ogni caso leggeva moltissimo ed era affascinato dalla lingua in traduzione: un tratto comune ad autori “in esilio” e segnatamente anche agli amati Joyce e Nabokov. Confessò in una lettera: “Ho letto Anatole France in italiano, Hemingway in francese (abbastanza divertente), I promessi sposi in inglese e una volta nel 1927, ho trovato Les precieuses ridicules in Yddish.”

Tra le opere di una vita, oltre ai disegni, si conserva una libreria realizzata in legno con cinquantasei finti volumi disposti sugli scaffali, tredici dei quali, non a caso, appaiono in traduzione: The Nose di Gogol, Il libro della giungla di Kipling, Le petit arpent du bon dieu di Caldwell, Crima si pedeapsa di Dostoevskji. “In questi giorni sto realizzando una libreria in legno” scrive all’amico Aldo Buzzi. “Libri russi in rumeno, libri francesi in italiano. Una sorta di autobiografia...”

“Di solito” confessava Steinberg, “mi trovo meglio con gli scrittori che coi pittori, con i quali la conversazione è difficile. Con Saul Bellow si parla bene: ha un grande bagaglio di nozioni e conoscenze inutili, di nonsense.”  Secondo lo stesso Bellow, tra l’altro, l’autore per cui Steinberg sentiva più affinità era Cechov. Conosceva i suoi racconti, le sue opere teatrali, i suoi epistolari e aveva letto molti dei suoi biografi. Lo scrittore russo aveva attraversato la Siberia per conoscere in prima persona la realtà dell’impero zarista. E durante la Seconda guerra mondiale anche Steinberg era stato in missione in un grande ex impero, quello cinese. 

Tra i molti scrittori affascinati dalla sua lingua disegnata ci fu Italo Calvino che così commentava un suo disegno: “Il signor S sostiene di aver visto il presente. Passeggiava fuori dalla sua casa di campagna d’inverno, nei prati. Abbassa lo sguardo e lì per terra c’era il suo presente di quel preciso momento, tutto intero, l’hic et nunc immobile come fosse congelato… Com’era fatto? Mah, era l’incrocio di linee.”

Arte concettuale? Forse ma appare riduttivo per un uomo così lontano dagli schemi. “Saul Steinberg mi ha fatto la gioia di illustrare il vuoto delle conversazioni di certi personaggi di un mio testo teatrale” raccontava il drammaturgo Eugène Ionesco. “Vi si vedono nelle nuvolette, come nei fumetti, uscire strane cose dalle loro bocche, orologi barocchi, per esempio, o delle specie di frasi illeggibili. In un’immagine ha detto meglio di me quello che volevo dire, cioè che questi personaggi non dicevano niente o che parlavano per niente.” Un altro suo ammiratore fu John Updike, attratto dalla “penna a punta fine di Steinberg che traccia ghirigori - calligrafia della mente, sismografo che fa giochi di parole.”

Per dirla tutta lo stesso Steinberg si sentiva un artista sui generis, sempre a cavallo tra design, caricatura, illustrazione, collage, decorazione, fumetto, calligrafia. Mai stabilmente ancorato a una sola forma di espressione, a un solo mestiere. E’ particolarmente evidente nell’ampia esposizione che gli ha dedicato la Triennale di Milano, a cura di Italo Lupi e Marco Belpoliti, dove è stata riproposta una lunga intervista con Sergio Zavoli in cui spiegava così il suo “rifiuto” per la pittura e la scultura: “Sono difficili e complicate e per me sarebbero una perdita di tempo. C’è nella pittura e nella scultura un compiacimento, un narcisismo, un modo di perdere tempo attraverso un piacere che evita la vera essenza delle cose, lidea pura; mentre il disegno è la più rigorosa, la meno narcisistica delle espressioni.”

Steinberg non esercitò nemmeno la professione di architetto, pur essendo laureato, anche se, come ricorda Aldo Buzzi, in ogni sua composizione si legge in controluce l’assimilazione di quegli studi. Questo viaggiare tra discipline, come il vagabondare nella vita, è in effetti una costante fondamentale per capire Steinberg. Non a caso uno dei suoi libri più noti s’intitola The Passport ed è una raccolta di quelle parodie di passaporti di cui scrivevamo poco sopra, falsi documenti, finte firme, timbri inventati, sigilli e lasciapassare immaginari che saranno una parte importante e ricorrente nella sua produzione. Il valore simbolico è evidente conoscendo la dimestichezza di Steinberg con documenti e passaggi di confini: dopo l’approdo in Italia dall’Est Europa, era fuggito nel 1941 a causa delle leggi razziali che gli impedivano di lavorare ed era arrivato a New York dopo un lungo pellegrinaggio tra Lisbona, Roma, Santo Domingo e Ellis Island. Non solo: aveva viaggiato poi molto in missioni all’estero come soldato dell’esercito americano (riportandone meravigliosi reportage disegnati) e continuò a farlo per tutta la vita.  Quel libro ebbe inevitabilmente una lettura satirica perché uscì nel pieno della caccia alle streghe di McCarthy in America (quando a comunisti e presunti nemici della patria non era permesso l’espatrio) ma fu in ogni caso soprattutto uno straordinario inventario di “visti” per meravigliose destinazioni del tratto e della grafica che avrà modo di visitare anche in seguito. Quelle false firme, una volta pubblicate, diventavano miracolosamente vere autenticando in qualche modo l’identità di Steinberg e certificando il suo ingresso nel mondo dell’arte.

Per descrivere un altro suo celebre libro, The New World, Steinberg immaginò questa epigrafe “Cogito ergo Cartesius est (Penso, dunque Cartesio esiste). Per me questo significa che ciò che io disegno è disegno, che il disegno deriva dal disegno. La mia linea vuole ricordare costantemente che è fatta d’inchiostro. Il lettore seguendo con gli occhi la mia linea diventa un artista (guardo dunque Steinberg esiste).”

Oggi, rileggendo la sua opera in cerca del suo carattere più distintivo e resistente nel tempo, viene spontaneo richiamare insieme il suo gusto per la parodia (che sentiva di condividere con Joyce e Nabokov) e la sua essenzialità, quella straordinaria capacità di sintesi ironica per cui aveva trovato tra l’altro una formula efficacissima, la “teoria del naso”: “Io credo che il naso sia la parte del nostro corpo più primitiva, la più originale e privata; gli occhi e la bocca sono già, come dire, elementi politici della faccia, mentre il naso è rimasto un po’ l’antenato della faccia, è la parte meno evoluta. Si può costruire il proprio viso disegnando sul naso stesso gli occhi, il naso e la bocca, e diventa un ritratto essenziale di me stesso. E non solo di me stesso, ma di tutti; tutti abbiamo un naso come elemento che ci identifica; è il naso che ci rende complici di noi stessi. La misura dell’uomo è il suo naso, è un po’ il nostro distintivo.”

Ecco. Con quel fiuto ironico Steinberg andò a caccia del senso dell’umanità per tutta la vita. Non era destinato a trovarla (come tutti) ma forse ci andò vicino.

 

Deirdre Bair, Saul Steinberg. A biography. 2012

Marco Belpoliti e Gianluigi Recuperati (a cura di) Riga 24. Saul Steinberg.  2005

Jessica Feldman in Saul Steinberg’s Literary Journey. 2021

Saul Steinberg, The Passport. 1954

Saul Steinberg, The Labyrinth. 1960