L'ULTIMO REPORTER

Ascesa e caduta del "giornalista da romanzo"



Da "PRETEXT"

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La deriva imboccata dalla stampa negli ultimi anni ha portato a dibattere sulla data di pubblicazione dell’ultima copia del New York Times e a fantasticare dei nuovi e brillanti mestieri dell’informazione digitale, ma sembra aver evitato l’elaborazione di un danno tutt’altro che collaterale e cioè la scomparsa della figura del giornalista da romanzo così come è evoluta nell’immaginario collettivo dell’ultimo secolo (anno più, anno meno). Non è in causa la scomparsa del giornalismo, sia chiaro, ma proprio quella del mitico inviato speciale, armato solo di trench, penna e taccuino nelle remote trincee del Pianeta, o del suo paradigmatico opposto, il cronista politico senza scrupoli, pronto a ogni compromesso tra velleità di potere e ambizione sociale. Come in un giallo perfetto, le indagini sono state minuziose e i detective si sono sfidati con analisi e deduzioni brillanti ma si sono concentrate essenzialmente sulla crisi dei giornali senza accorgersi del cadavere che giaceva da un pezzo in mezzo alla stanza: quello del giornalista da leggenda e dell’aura un po’ maledetta che ne ha accompagnato per lungo tempo le gesta.
Honoré De Balzac, in un suo piacevole “trattato”, distingueva con un certo sprezzo tra camarillisti parlamentari, panflettisti, fabbricatori di articoli di fondo, factotum, nientologi, incensieri, giustizieri e molti altri. Ciascuno di essi, nel suo aspetto autentico o caricaturale, era palesemente un personaggio da fiction tanto quanto poteva esserlo uno scrittore boehmien o un politico corrotto. Nel tempo le cose sono cambiate di poco: alle figure elencate si sono aggiunti “culi di pietra”, addetti al desk, inviati di punta, editorialisti, tuttologi e “scavafango” (come li ha definiti James Ellroy in American Tabloid), mezzibusti televisivi, miti mediatici (da Peter Arnett a Christian Amanpour) e infine campioni dei social network, youtuber e artisti della corrispondenza virtuale istantanea. Anche se l'impressione è che questi ultimi abbiano raggiunto grandi vette di popolarità ma forse non il fascino dei professionisti delle news dell’era precedente all’avvento del Web. Senza contare il rischio di un labile confine tra alcuni giornalisti di grande seguito internettiano e i veri e propri influencer.
Nel nuovo mondo delle fake news e dei troll dispensatori di verità improbabili, nessuno mette in dubbio l’importanza delle notizie o la necessità del giornalismo investigativo. Anzi: della cocciutaggine del cronista c’è sempre più bisogno e, tra le nuove leve, le autentiche regole del mestiere sono forse più sentite di prima. A sua volta il citizen journalism, che fa di ogni cittadino un potenziale scrittore civile e una fonte d’informazioni apre senz’altro prospettive di trasformazione assolutamente promettenti se e quando non prende la forma dello sfogo collerico protetto dall’anonimato della Rete. Al massimo si può far notare che la caccia alla notizia sceglie spesso la scorciatoia della frivolezza e che si è passati con una certa disinvoltura dai dispacci di Luigi Barzini nella guerra russo-giapponese d’inizio Novecento ai tweet di puro gossip sui seni rifatti di qualche vip. Ma l’ossessione dello scoop resta vivissima e, se qualcuno rimpiange il mitico reportage del caso Watergate o le interviste di Oriana Fallaci dovrebbe ammettere che in ogni caso l'offerta giornalistica odierna è sempre più ampia: dalle immagini proibite delle guerre più esotiche alle inchieste sugli scandali politici e finanziari su scala locale o planetaria. Se la competizione si è allargata e gli attori della comunicazione si sono moltiplicati, è anche vero che è cresciuta vertiginosamente anche la possibilità di far emergere uno scandalo o di portare all'attenzione del pubblico le notizie più remote e inaccessibili.
E' proprio in questo passaggio però che è stato commesso il delitto di cui sopra: la tecnologia ha ucciso a poco a poco la figura romantica e maledetta del giornalista che ha vissuto a lungo nella realtà e ancor più in un fervido immaginario folkloristico coltivato da saggi, racconti,  mitologie metropolitane e dalla stessa comprensibile necessità di ognuno di noi di dare un volto e un carattere definito (positivo o negativo a seconda delle necessità) ai dispensatori di notizie, di opinioni e di consigli utili alla comunità. Non è una semplice questione di conservatorismo e nostalgia. O almeno non è solo questo. I grandi reporter di un tempo avevano, è vero, l'aria di appartenere a una ristretta aristocrazia internazionale di raffinati reporter della vita, ma non c'era in effetti alcuna particolare patente di nobiltà per membri e affiliati dell'élite giornalistica. In redazione si arrivava un po' da ogni dove e la carriera dipendeva tanto dalla bravura professionale quanto dalla capacità di navigare tra la gestione di un direttore di giornale, le lotte tra colleghi, gli umori del proprietario della testata e le pressioni di imprenditori e politici di turno. Una volta dentro al giornale, la sigaretta ti si appiccicava al labbro in un certo modo, il ticchettio della macchina da scrivere ti accompagnava anche fuori servizio e gli abiti si raggrinzivano inconfondibilmente insieme a un’aria vagamente maledetta.
“Mezzo secolo fa”, si legge in Come si scrive il Corrriere della Sera, “un famoso film interpretato da Joel MacCrea, The Foreign Correspondent ambientato nella Germania agli albori del nazismo consegnò alla storia un’immagine romantica del corrispondente dall’estero: un riluttante ma coraggioso detective in Borsalino e trench dedito alla verità e alla giustizia…” Se quello era il modello dell'inviato internazionale di celluloide, la sua versione in carne e ossa (con tanto di impermeabile sdrucito) fu il francese Albert Londres, noto per la famosa frase con cui abbandonò il giornale per cui scriveva: “Signori continuo a credere che un giornalista debba seguire una sola linea, quella ferroviaria”. Fu inviato tra l’altro nella Ruhr occupata dai francesi nel 1923 e nel 1929 partì alla scoperta delle comunità ebraiche europee, per incarico del quotidiano "le Petit Parisien". L'inchiesta lo portò da Londra alla Russia subcarpatica, poi in Transilvania, in Bessarabia, in Bucovina, in Galizia, dove visitò ghetti e insediamenti ebraici misconosciuti, raccontando le drammatiche condizioni di vita, la diffusione del sionismo alla vigilia dell'Olocausto e infine la fuga e l'emigrazione sulle navi della diaspora verso la terra promessa in Palestina.
Ma per capire come nasce la figura antropologica del reporter d’antan occorre tornare appunto al romanzo perché della fiction il giornalista è stato spesso tanto il protagonista quanto l'autore. Si pensi all’Arthur Pendennis di William Thackeray, autore della Fiera delle vanità e pungente articolista del Punch. E questo è in fondo naturale se si pensa quale straordinario concentrato del suo tempo rappresenti il giornalista: un perfetto campione della realtà perché, attraverso di esso, la possibilità di descriverla si moltiplica magicamente, a seconda della parte del mondo di cui il pennivendolo, o il suo giornale, si occupano (dai gatti caduti dal tetto alle massime questioni internazionali, dalla cronaca finanziaria e politica alle rubriche per cuori infranti).
Indimenticabili i giornalisti descritti da Dickens nel Circolo Pickwick come Boz, osservatore e caricaturista umoristico della vita borghese inglese. Dickens, non a caso, prima di diventare il più famoso romanziere dell’età vittoriana, era stato cronista parlamentare, dopo aver trascorso quell’infanzia misera e infelice che rievocò in parte in Oliver Twist e David Copperfield, con il padre in carcere per debiti, e lui costretto a lavorare in fabbrica e poi come commesso. Ci sono poi i personaggi di Anthony Trollope e Thomas Hardy, quelli caricaturali e quelli brutalmente rapiti dalla realtà, come i personaggi di Henry Fielding; il Lucien Rubempré delle Illusioni perdute di Balzac o il Bel Ami di Maupassant (entrambi individui senza scrupoli ma in fondo oggetto di una malcelata ammirazione degli stessi autori di fronte alla rapida ascesa sociale, o alla discesa agli inferi, dei rispettivi personaggi). Tra i due il secondo, il bel Duroy (“una canaglia descritta da una canaglia”, secondo la definizione di Henry James), è forse l’esempio romanzesco più felice del dongiovanni interessato che fonda la sua arrampicata tra giornalismo politica su amori e favori di vario genere. Dalla conquista di Madame Walter, la moglie del padrone del suo giornale fino alla seduzione dell'adolescente Susanna, figlia del milionario Walter e della sua stessa ex amante, sembra riuscire a conservare "una specie di spontaneità… quasi un'ombra di primitiva innocenza".
Di altra pasta, almeno nelle intenzioni dell'autore, sono i redattori dell'omonima commedia di Gustav Freytag (i redattori dell' “Unione” e del “Coriolano” i giornali rivali di una città di provincia, in periodo elettorale, autentiche macchiette come Kämpe, che redige gli articoli di fondo, Körner che scrive le corrispondenze dall'estero, stando in redazione e il capo Bolz, che detta a un certo punto un perfetto ritratto dello spirito dei gazzettieri: “Chi appartiene alla nostra corporazione ha l'ambizione di apparire scrittore umoristico o scrittore di polso; il resto non c'importa. Noi giornalisti ci alimentiamo dei fatti del giorno; tutte le pietanze che Satana manipola per gli uomini dobbiamo assaggiarle. Chi lavora a un'opera giornaliera non è forse giusto che finisca con l'adattarsi a vivere giorno per giorno? E noi ronziamo come le api, sorvoliamo in ispirito il mondo, suggiam miele dove ne troviamo, ma dove qualcosa ci irrita piantiamo il pungiglione. Una simile vita non è certo fatta per produrre grandi eroi; ma è pur necessario che ci sian tipi della nostra specie.”
Matteo Cantasirena, personaggio della Baraonda di Gerolamo Rovetta (1851-1910) è un “tipico profittatore del patriottismo.” Furbo, intrigante, invadente, e talora - quando il denaro corre - a suo modo, generoso e prodigo, il commendatore Cantasirena, bell'uomo dalla barba bianca, dall'aspetto autorevole, dagli occhi buoni, dal tratto affabile e paterno, fa il giornalista, a tutto adattandosi pur di procurarsi denaro: così presta la sua penna per poco eroici servigi di carattere elettorale e soprattutto sfrutta abilmente l'umana vanità adulando gli uomini “che han fatto l'Italia”.
Poi viene il tempo dei più sofisticati o più scafati “violinisti da bordello” del Novecento, come il Fowler corrispondente in Indocina nell’Americano tranquillo di Graham Green, i deuteragonisti de I giornali di Henry James (vittime del moloch di Fleet Street) o ancora Mister Flack, che ne Il Riflettore di James è il corrispondente mondano dell’omonimo giornale scandalistico che ai propri fini carpisce a un’ingenua ragazza indiscrezioni sull’aristocratica famiglia del fidanzato, gli scrittori rivali dell’Informazione di Martin Amis o l’ubriacone Peter Fallow nel Falò delle vanità di Tom Wolfe.
Lasciando da parte molti altri possibili esempi – come gli scenari mai troppo fantapolitici di George Orwell (1984), dove al redattore si sostituisce di fatto un funzionario del ministero della Verità, addetto alla correzione dei vecchi numeri del Times - una piccola indagine comparativa potrebbe mettere in rilievo come, alla graduale diminuzione della stima nei confronti dell’“impiegato della notizia”, corrisponda un crescente livello d’ironia nella sua descrizione, in tutte le possibili sfumature del caso: dal forte realismo descrittivo di un Balzac all’umorismo canzonatorio fino alla feroce satira di costume. Su questo versante gli autori anglosassoni sono stati molto efficaci: dall'esilarante Psmith di Wodehouse, deciso a trasformare la testata “Dolci Momenti” in una rivista d’assalto e di ruvida denuncia sociale e l’inviato Mister Boot creato dalla penna di Evelyn Waugh. E sul tema ha scritto magistralmente anche Mark Twain in un paio di racconti: Come fui redattore di un giornale agrario e Giornalismo nel Tennessee.
L’Inviato speciale di Waugh merita un piccolo approfondimento. Di origini agiate ma non aristocratiche, pittore mancato, allevato a Oxbridge e nutrito del suo pedante conformismo, Waugh vive la fine dell’età vittoriana, il declino dell’Impero coloniale britannico e la tragedia della grande guerra. “Nel 1935” racconta, “ci fu l’invasione dell’Abissinia da parte degli italiani. Tornai in Africa nelle vesti di corrispondente di guerra (per il “Daily Express” ndr). Per quanto poco sul serio potessi prendere il mio compito e anche le arie dei miei colleghi, avevo pur sempre indosso la livrea dei tempi nuovi… Ma le speranze di allora si sono rivelate sciocche ingenuità”. E’ allora e in quei luoghi che iniziano a intrecciarsi i suoi destini con quelli del protagonista dell’Inviato speciale, William Boot, placido corrispondente di argomenti botanici e bucoliche amenità venatorie dalla provincia inglese. Il signor Boot viene infatti richiamato dall’editore a Londra e scambiato per uno scrittore emergente a causa di una delle più classiche omonimie e spedito, suo malgrado, a seguire una crisi internazionale in un luogo, l’immaginaria (ma non troppo) Ismaelia - che non poteva rivelarsi in alcun modo più distante da lui.
C’è una celebre legge del pessimismo (più precisamente la legge di Fuller teorizzata dall’umorista Arthur Bloch) secondo cui più lontano accade una catastrofe o un incidente, più alto deve essere il numero di morti e feriti perché faccia notizia. A Ismaelia, in verità, la guerra non è ancora scoppiata, ma i rumors sono sufficienti per scatenare coorti di affilati ‘imbrattacarte’. Boot, che arriva da un mondo incantato che assomiglia molto alla corte di Blandings dipinta dalla fantasia di Wodehouse, farà in fondo quello che ognuno si aspetta da un buon giornalista – come diceva Longanesi - “che ci spieghi benissimo quello che non sa”. E grazie all’antica legge dell’antimeritocrazia, il nostro perfetto antieroe s’innamora (non ricambiato) della consorte di un geologo in missione e, grazie alla propria inettitudine, scopre infine un tentativo di colpo di Stato sfuggito ai colleghi di mezzo mondo.
Fin qui abbiamo i giornalisti di carta stampata; ma ci sarebbero anche quelli disegnati, eroi dei comics come Clark Kent, alias Superman, che lavora come redattore al “Daily Planet” e che non casualmente ha lasciato ultimamente la prestigiosa testata per tenere un blog in proprio. Ma un capitolo fondamentale del grande romanzo del giornalistico è quello di celluloide. "E' la stampa, bellezza!" secondo una delle citazioni più abusate di sempre. A pronunciarla nel film L'ultima minaccia di Richard Brooks è il direttore, Humphrey Bogart, facendo ascoltare all'interlocutore che ha al telefono il rumore delle rotative. Ma le pellicole che hanno contribuito a costruire la leggenda sono molte: da Piombo rovente di mackendrick a L'asso nella manica con Kirk Douglas; da Quarto potere di Orson Wells a Prima Pagina con Walter Matthau e Jack Lemmon, dall’Asso nella manica di Wilder a Qualcosa di personale con Michelle Pfeiffer e Robert Redford; da Tutti gli uomini del presidente di Alan Pakula a Insider con Al Pacino e Russell Crowe; da Quinto potere di Sidney Lumet a Dentro la notizia con William Hurt; da Professione reporter di Antonioni a Un anno vissuto pericolosamente con Mel Gibson; da Accadde una notte con Clark Gable e Claudette Colbert a Sesso e potere di Levinson con Dustin Hoffman, dove viene inventata una guerra in Albania per distrarre le attenzioni del Paese sullo scandalo sessuale che coinvolge il presidente; fino al più recente Goodnight, and good luck di e con George Clooney che veste i panni e rievoca le gesta dell'integerrimo reporter Edward Murrow conduttore della Cbs che si oppose alla caccia alle streghe comuniste del senatore McCarthy.
Un elenco pressoché sterminato di lungometraggi che hanno di volta in volta issato i giornalisti nell’empireo celeste o liquidato le loro controfigure cinematografiche nella feccia degli arrampicatori corrotti, pronti a tutto per una conduzione serale del tg. Raramente una via di mezzo: martiri della libertà d’informazione con i muscoli di Stallone e il profilo di Redford o corrotti, piccoli truffatori e faccendieri al servizio di sporchi interessi e pericolose collusioni.
La realtà, per chi abbia minimamente frequentato le trincee del giornalismo odierno (e con buona pace del grande Kapuscinski, o meglio del titolo di un suo libro, secondo cui Il cinico non è adatto a questo mestiere, rischia di essere un po’ più complicata e meno romantica se si pensa agli infiniti compromessi (politici e non) o alle inevitabili banali meschinità commesse non in pieno Territorio Comanche (come Arturo Pérez-Reverte definisce trincee di guerra e frontiere pericolose) ma nella penombra di redazioni, circoli bocciofili e varie stanze dei bottoni.
Oggi il reporter di un tempo, ammesso naturalmente ci sia stata davvero una corrispondenza tra lui e la sua idealistica versione da romanzo, non sopravviverebbe a lungo a modi e tempi del nuovo mondo a realtà aumentata e a vorticoso rimo di obsolescenza. Resuscitarlo naturalmente servirebbe a poco ma ricordarne il valoroso servizio sul vasto fronte della cultura occidentale è doveroso e ogni piccola lezione di storia in fondo rischia sempre d’insegnare qualcosa.


LA TRAPPOLA DELLA "BUONA CENSURA"


Come la sindrome del politicamente corretto ha contagiato il mondo dei libri

(Da PRETEXT)

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Che cosa accadrà al vecchio verro della Fattoria degli animali di Orwell e ai Tre porcellini in lotta col lupo? Spariranno per sempre dai nostri scaffali e dal nostro immaginario? Saranno sostituiti da animali più presentabili e politicamente corretti? A spingerli tra le specie a rischio d’estinzione è l’epidemia del politicamente corretto che ha progressivamente contagiato la cultura occidentale. Per fortuna i suini di cui sopra non si trovano nel catalogo della prestigiosa Oxford University Press, vista la nuova linea editoriale che ha proibito ai suoi autori di menzionare nei testi le parole "maiale" e "carne di maiale" (e le loro brave derivazioni: salsicce, salame, prosciutto e via insaccando) con l’intento di non offendere i lettori musulmani ed ebrei.
Sono solo linee guida, secondo l’editore inglese: "Pubblichiamo libri in 200 Paesi e consigliamo sempre ai nostri autori di rispettare le sensibilità locali, le differenze culturali". Proposito nobilissimo naturalmente, ma se dovessimo rispettare la  “sensibilità” di ogni gruppo, comunità e individuo in ogni pubblicazione e magari con effetto retroattivo su qualunque testo della letteratura mondiale, ci troveremo prima o poi a vagare in un mesto cimitero di parole defunte e di epitaffi alla fine dell’immaginazione. Come rischia di accadere ne La meravigliosa O (1957) di James Thurber, storia di un pirata che si impadronisce di un’isola e mette al bando la lettera O, che detesta in modo viscerale da quando la madre è rimasta incastrata in un oblò. Per fortuna i ribelli sull’isola non mancano, continueranno a parlane con la lettera vietata e manderanno a monte il piano del corsaro perché “a coat is not a cat and a boat is not a bat” o, nella versione italiana, “quando voglio le uova non voglio l’uva”.
Un chiaro esempio del rischio che corriamo è rintracciabile nelle fiabe politicamente corrette riscritte da James Finn Garner. Nelle nuove versioni dei classici per l’infanzia l’imperatore non è più nudo ma segue la moda di stagione, Biancaneve si rifugia dai sette diversamente alti, Riccioli d’oro è una scienziata impegnata a studiare l’antropomorfismo degli orsi e le sirene si vedono finalmente riconosciuti i diritti fondamentali che quel conservatore di Hans Christian Andersen non aveva mai concesso ai protagonisti delle sue storie (nell’Ottocento). Più che un adattamento, una satira che mette alla berlina il tentativo di normalizzare anche le più tradizionali forme narrative per proteggere i bambini (ma forse gli adulti in primis) dalle ingiustizie del mondo. Ma il rischio di svegliarsi in un incubo di anodina perfezione è dietro l’angolo e tenderebbe ad assomigliare purtroppo alla dittatura di 1984 di Orwell dove il partito unico ha imposto una neolingua priva di sfumature eterodosse e il Ministero della Verità si preoccupa di correggere testi e articoli del passato perché corrispondano al dettato del Grande Fratello. Inevitabile il riferimento al futuro distopico di Farenheit 451 (la temperatura a cui brucia la carta) di Ray Bradbury in cui il pompiere Montag è addetto a incendiare le case di chi viola la legge conservando i libri banditi: “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite... per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia”.
Prendiamo uno dei grandi personaggi della storia della letteratura: il capitano Achab del Moby Dick di Herman Melville. Fino a qualche tempo fa non avremmo avuto difficoltà a definirlo semplicemente un cacciatore di balene. Ma per un numero crescente di persone andrebbe chiamato col suo “vero nome”: “una persona portatrice di un comportamento scorretto nei confronti dei cetacei a rischio di estinzione”, un uomo contrario a ogni regola fondamentale per la conservazione del patrimonio ambientale, anzi un rappresentante convinto del dispotismo del mercato globale, pronto a fare affari con l'industria monopolistica dell'olio. Se pensate di potervi imbattere in una definizione di questo tenore solo negli ambienti più radicali di qualche città liberal americana siete molto ottimisti: ora potrebbe capitarvi in molti paesi al di qua dell’Atlantico e vi conviene esser pronti ad esser coperti di improperi se sosterrete tesi differenti sull’argomento con dichiarazioni non sufficientemente eufemistiche.
Nella nuova versione di Huckleberry Finn di Mark Twain, curata dal professor Alan Gribben, la parola nigger è stata sostituita con slave (schiavo) ed è scomparso il termine injun (indiano) per non urtare la sensibilità delle minoranze pellerossa. Senza considerare però che il testo così finisce per cambiare il significato attribuito dall’autore che, quando ha scritto il libro alla fine dell’Ottocento, ha usato parole di uso comune che non avevano alcun intento spregiativo. Si potrebbe aggiungere che non si tratta di un comportamento tanto nuovo in fondo. Prendiamo le istruzioni che Elio Vittorini diede nel 1964 a Fernanda Pivano, traduttrice delle poesie di Allen Ginsberg: “Sostituire sperma con seme; sostituire l’ultima sbora con l’ultimo sperma", "sostituire buco del culo con b.d.c.", "sostituire cazzo con membro", "sostituire l’intera parola culi con tre puntini", "sostituire l’intera parola cazzo con tre puntini". Il tutto si ritrova in una lettera inviata dalla direzione editoriale Mondadori; ma il contesto era differente e la versione edulcorata di Howl era volto a evitare problemi in vista della pubblicazione di un’antologia poetica, visto "il moralismo della Magistratura Italiana".
Il fenomeno del politicamente corretto, mosso dal desiderio di evitare ogni forma di emarginazione dei più deboli, sarebbe in fondo condivisibile da chiunque se non raggiungesse punte radicali ed effetti parossistici nocivi per tutti. Il rischio è anzitutto che si riduca a una pura manifestazione di conformismo: una piccola maschera che ci abituiamo a indossare per non risultare antiquati. Un comportamento di adesione alle convenzioni volto a nascondere la nostra identità reale che finisce per trasformarsi, giorno dopo giorno, in quella ufficiale. Diciamo alcune cose perché altri ci assicurano che sono quelle corrette e infine noi stessi crediamo che lo siano. Anni fa per esempio la parola globalizzazione evocava straordinari e pluriennali piani di sviluppo in vista del raggiungimento della prosperità planetaria. Ora è l’esatto opposto: non essere schierati contro la globalizzazione può crearvi qualche problema. E da questo punto di vista il mercato editoriale della carta stampata è uno specchio perfetto di questo fenomeno: tutti – chi più chi meno – hanno contribuito all’esaltazione dei fecondi destini di internet e delle sue prospettive neodemocratiche, aspettando solo la conclusione del flusso positivo per virare freneticamente verso posizioni virulentemente antitetiche alle precedenti.
A ben guardare, adottare il metodo della correttezza politica può essere un modo di affrontare i nostri tabù, e le proibizioni che li circondano, è un modo di nascondere soprattutto le nostre paure di fronte a ciò che è diverso o appare tale. Azar Nafisi, autrice di Lolita a Teheran sostiene che “il politicamente corretto è assolutamente incompatibile con la letteratura perché non consente alcun tipo di dibattito e punta a eliminare i pregiudizi facendo appello alle emozioni”. Un’affermazione fatta con cognizione di causa considerando che l’autrice iraniana ha dovuto lasciare il suo Paese per le critiche scatenate dal suo romanzo. Si cercano soluzioni facili a situazioni complesse, ma l’arte e la letteratura hanno un altro compito: dovrebbero metterci di fronte al caos dell’esistenza attraverso l’invenzione e farci sentire a disagio può essere una conseguenza necessaria.
Qual è allora l’origine del fenomeno “Pol. Corr.”? È un concetto esclusivamente yankee? È davvero un pericolo nuovo dal punto di vista storico? Nella sua Cultura del piagnisteo Robert Hughes suggerisce un'origine “tribale”. Non a caso la parola taboo (nell’adattamento inglese) o tabou (in quello francese) viene da alcune splendidi atolli del Pacifico dove veniva utilizzata per indicare gli oggetti più sacri e proibiti. Ma la fortuna del termine arriva grazie alle interpretazioni antropologiche e alle teorie psicologiche (Freud in testa). Come ogni forma di tabù il canone politicamente corretto cambia a seconda delle latitudini, della cultura e dei periodi storici. Nel mondo contemporaneo sembrano perdere forza progressivamente tabù tradizionali come la morte, la malattia e il sesso. Anche se non vale per tutti ovviamente e spesso prevale un trattamento comico del tema teso a esorcizzare   timori ancora vivissimi o a sfumare grandi dilemmi morali. In ogni caso il maggiore tabù del nostro tempo è forse la questione della differenza fra gli esseri umani, che si tratti di pelle di colore diverso o di conflitti di genere, non solo tra uomo e donna ma tra identità sessuali sempre più numerose: lesbian, gay, bisexual, transexual, transgendered, questioning o (queer): LGBTQ. Anziché un valore, la diversità sembra dover essere nascosta da definizioni sempre più tortuose e  florilegi retorici.
Hughes analizza la “falsità culturale” del fenomeno american, la diffidenza della politica convenzionale, l'atteggiamento scettico nei confronti di qualsiasi autorità e il trionfo della superstizione; una lingua corrosa dall'eufemismo. All’origine c’è il multiculturalismo, che nasce certamente come concetto positivo ma quando perde la misura e assume toni apocalittici finisce per riflettere un malessere culturale molto più profondo che in America è stato negli anni Ottanta quello dell’università. La specializzazione eccessiva, l’assurdo carrierismo dei board accademici che assomigliavano alla celebre accademia reale di Lagado delle Avventure di Gulliver di Jonathan Swift dove un manipolo di esperti lavorano per estrarre i raggi di sole dai cetrioli e per costruire le case del Regno. “All'interno delle università americane l'angolo di specializzazione è diventato così stretto (pur di trovare soggetti precedentemente sconosciuti di studi, tesi, e relazioni) che nessuno è più in grado di avanzare in una struttura più vasta...”. Una concezione politicamente corretta dovrebbe essere benvenuta in ogni campo nel momento in cui cerca nuove interpretazioni per vecchi problemi, ma l'eccezione presto si trasforma in una regola. E così si comincia difendendo la “vera storia” di quel particolare gruppo di indiani d’America e si finisce per decretare un attacco generalizzato contro ogni aspetto della civilizzazione americana.
Pensiamo ad alcune battaglie contro antologie di classici e libri “canonici”. Certo, l'idea di costruire una gerarchia con valori potenzialmente eterni e lontani da ogni considerazione sulle vicissitudini del presente ha i suoi limiti. Ma il relativismo assoluto, per converso, rischia di uccidere ogni tentativo di critica letteraria. Insomma non possiamo parlare di classici di letteratura, perché il Moby Dick di Melville è politicamente scorretto e, con esso, una lunga sfilza di titoli e autori che abbiamo sempre amato?
Ma c’è di più purtroppo. Il fenomeno è in crescita secondo i dati dell’Office for Intellectual Freedom e dell’American Library Association: ogni anno solo negli Stati Uniti d'America vengono banditi o censurati centinaia di titoli e la Bibbia resta tra i testi più colpiti. Diminuisce invece, per assuefazione, il numero di coloro che si oppongono alle iniziative censorie e cambiano i soggetti che si sentono offesi dal contenuto di un libro e che chiedono di vietarlo: sempre meno professori universitari e sempre più studenti. Come dire che il contagio della sindrome “pol. corr.” ha ormai preso piede sempre più nelle nuove generazioni, tanto in America quanto in Europa. Due giovani, Anna e Mia, hanno trovato il tempo di lanciare una petizione per protestare contro l’esposizione al Metropolitan Museum di un quadro del celebre artista Balthus raffigurante un’adolescente discinta (Therèse Dreaming). L’accusa: il dipinto è un invito alla pedofilia. Ma l’aspetto preoccupante è che hanno raccolto migliaia di firme di persone che la pensano come loro e che, se quel quadro dovesse davvero essere oscurato, la stessa sorte finirebbe prima o poi per toccare a una lunghissimo elenco di opere “degenerate”: dalle decorazioni osé sui vasi di terracotta dell’antica Grecia alle Demoiselles d’Avignon di Picasso. 
Oggi quando parliamo di fondamentalismo pensando all'Islam o al terrorismo, ma il “morbo” in questione è in qualche modo una forma di fondamentalismo culturale che coinvolge potenzialmente ogni genere di asserzione politica o culturale. Il dogma richiede giusti comportamenti sessuali, il corretto gusto letterario, lo stesso stile normalizzato nel parlare e nello scrivere. La situazione è peggiorata dopo l’11 Settembre 2011 e poi dopo l’attentato di Parigi alla sede di Charlie Hebdo del novembre 2015 perché è cresciuto il clima di odio e paura su ogni fronte. Il settimanale satirico francese, accusato per le vignette sacrileghe con protagonista il profeta dell’Islam Maometto, oggi continua a pubblicare i suoi strali umoristici e i suoi disegni al vetriolo ma lo spirito con cui lo fa non sarà mai lo stesso di prima, perché è aumentato il timore di usare tutta la libertà che abbiamo a disposizione in base a leggi che abbiamo conquistato in secoli di battaglie per il diritto alla libera espressione. Tutto questo nella situazione paradossale del trionfo indisturbato degli haters sui social network e sul web, dove gli umori più fetidi dell’ultimo (o primo) idiota possono colpire davvero chiunque su scala universale sotto la protezione dell’anonimato. In questa situazione di violenza (non solo verbale) liberata e amplificata è evidente che l’ansia della correttezza rischia di colpire in modo indiscriminato qualunque obiettivo: dai commenti insulsi sul web alla narrativa letteraria. Ma sono i tweet dei politici fuori controllo e le minacce via Facebook che andrebbero frenati, non i romanzi o le esposizioni d’arte. E se cresce il fronte di chi si sente minacciato da idee, usi e costumi dell’“altro”, che vede come pericolosi per la sua stessa sopravvivenza, si spiega anche il successo dei movimenti populisti e la rinascita di quelli di stampo fascista che a loro volta contribuiscono ad aggiungere benzina sul fuoco delle paure dell’Occidente. 
All’indomani dell’attacco terroristico “di matrice islamica” alle Torri gemelle, La Rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci, duro atto di accusa sulla decadenza della civiltà occidentale incapace di difendersi dal “nemico in casa”, ha scatenato una lunga polemica che ha probabilmente influito sulla mancata pubblicazione del saggio in alcuni dei Paesi in cui i libri dell’autrice erano normalmente tradotti. Ma se ogni dibattito anche acceso e furioso è sacrosanto, non si può dire lo stesso del tentativo di cancellare una tesi che non si condivide. Non esiste una buona “censura”, sia essa rivolta “contro l’arte degenarata”, come nel caso dei falò di libri nel Terzo Reich, o “a favore delle minoranze” come oggi. Il rischio che la minoranza finisca per diventare una “maggioranza dispotica” (secondo la definizione di Tocqueville) è molto alto e a volte c’è più intolleranza nel gesto del divieto, che vale nei confronti di tutti, che in quello di chi scrive che si rivolge comunque solo al pubblico consapevolmente interessato a leggerlo. Quindi nessun divieto alla pubblicazione del Mein Kampf hitleriano? Non credo che qualcuno pensi seriamente che un bando possa impedirne davvero la diffusione o frenare il risorgere di associazioni che si rifanno al nazismo. Sarebbe assai più utile obbligare alla pubblicazione del testo con un apparato di note che spieghino il delirio dell’imbianchino austriaco.
Christopher Hitchens derideva la tendenza censoria a stelle e strisce: “Il gruppo sovrappeso della fazione lesbica dei transessuali cherokee disabili chiede di essere ascoltato sui propri bisogni. Ma mai abbastanza. Da modo di essere radicali diventò in breve tempo un modo di essere reazionari”. Ma una satira parla soprattutto a chi già la pensa in modo diverso dal soggetto preso di mira. E anziché assuefarsi al nuovo corso o fare spallucce pensando ci siano questioni più importanti, varrebbe la pena di alzare il livello della discussione e controbattere seriamente alle iniziative più dannose. Non possiamo ridurci a definire un uomo disonesto “moralmente disorientato”, un ragazzo pigro “carente di motivazioni” e una persona brutta “cosmeticamente differente”. Per riprendere un paradosso efficace, non possiamo nemmeno trasformare uno sport come il tennis in un gioco corretto perché questo comporterebbe probabilmente l’abolizione della sua parte più elitista, la rete. E la soluzione al problema della “correttezza” non sta quasi mai nell’eliminare le differenze.


OMICIDI IN PUNTA DI PENNA

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La giovane Nola della Verità sul caso Harry Quebert è scomparsa misteriosamente trent’anni fa ma il suo cadavere è appena stato ritrovato nel giardino di casa dell'amante insieme al manoscritto di un romanzo diventato nel frattempo un libro acclamato da critica e pubblico. Il protagonista di uno dei casi editoriali di narrativa di maggior successo degli ultimi anni è un giovane scrittore americano che racconta il tentativo di scagionare un «collega», suo mentore di lettere e vita, dall'accusa di aver ucciso una ragazza minorenne di cui si è invaghito
Il romanzo dello svizzero francese Joel Dicker (a breve anche un film di Ron Howard) ha richiamato ad alcuni la celebre storia di Lolita di Vladimir Nabokov e ad altri paralleli con la serie televisiva di culto Twin Peaks. Ma qualche singolare analogia si può riscontrare anche nella vicenda reale dello scrittore olandese Richard Klinkhamer, morto all'inizio del 2016 e noto, più che per i suoi libri, per aver assassinato la moglie Johanna, ritrovata un anno dopo la denuncia della sua scomparsa nel giardino di casa della coppia. Un ritrovamento reso possibile dai sospetti sorti su Klinkhamer dopo il rifiuto dell'ultimo manoscritto dell'autore da parte del suo editore, motivato in parte proprio da macabri riferimenti a un caso di uxoricidio.
Al di là dei possibili paralleli tra il caso letterario e quello di cronaca non è difficile rintracciare un inquietante rapporto tra scrittura e omicidio che ha origini lontane nel tempo e un suo illuminante testo letterario «di riferimento»: L’assassinio come una delle belle arti di Thomas De Quincey in cui l’autore immagina di arrivare fortunosamente in possesso del verbale di riunione di una sedicente associazione d'intenditori d'assassini per l'incoraggiamento del delitto, «che si professano curiosi in materia di omicidi, amatori e dilettanti nei vari tipi di carneficina; e in breve appassionati di assassinii». Alla rivelazione di ogni nuova atrocità del genere i membri del club si riuniscono e commentano il delitto «come farebbero con un quadro, una statua o un'altra opera d'arte». E il delitto diventa esemplare quando il suo autore è anche un raffinato uomo di lettere, capace dì scrivere della morte sulla pagina, e di togliere la vita nella realtà, con uguale eleganza.
Ma, lasciando al «gioco letterario» l'idea dell’omicidio come forma d'arte, e tornando indietro nel tempo è facile verificare come non manchino gli esempi di scrittori macchiatisi di orrendi crimini al di fuori delle pagine delle opere che ci hanno lasciato. Basti pensare a Ben Jonson (finì un autore in duello), a Benvenuto Cellini (noto per la vita scellerata e la natura violenta) o a François Villon (accusato dell'uccisione di un prete).
Nell'Italia del Cinquecento diede buona prova di sé, come poeta e come teorico dell'agguato, Lorenzino de' Medici, detto il Lorenzaccio, imparentato con il Magnifico e un po' trascurato dalle antologie letterarie. Violento per carattere, il Lorenzaccio attentò con successo alla vita del cugino Duca Alessandro, accoltellandolo in pieno petto. Ne nacque un’apologia del tirannicidio, in cui Lorenzino difendeva il suo gesto, che è tutt'oggi considerata come un capolavoro di oratoria rinascimentale.
Nella Torino barocca, alla corte di Carlo Emanuele di Savoia, il poeta Gaspare Murtola tentò di lavare nel sangue il proprio astio nei confronti del più celebre Giambattista Marino, protetto di corte. Lo affrontò sulla pubblica via e solo per un soffio non lo mandò per sempre al Creatore.
Assai più celebre il caso della tormentata relazione tra Arthur Rimbaud e Paul Verlaine che terminò definitivamente quando nel 1873 quest'ultimo, ubriaco, sparò due colpi di pistola a Rimbaud, che ne uscì fortunatamente solo parzialmente ferito. Da quel giorno la folle deriva di Verlaine andò peggiorando, portando il «poeta maledetto» a tentare di strangolare la madre.
Ci sono poi due casi che riguardano dei sospetti assassini noti come maestri della detective story. Edgar Allan Poe, com’è noto, scrisse Il delitto di Marie Roget ispirandosi a un fatto di cronaca nera a New York: quello di una donna violentata, strangolata e gettata in un fiume, Mary Cecily Rogers che probabilmente l’autore aveva conosciuto e addirittura frequentato poco prima del delitto. Il racconto conteneva dei particolari che pochi potevano conoscere e proponeva una soluzione del mistero che si avvicinava incredibilmente a quella che fu trovata giudizialmente solo in seguito. «Ci sono poche persone, anche tra i pensatori più cauti» scrisse Poe nel 1842 sulla rivista che ospitava il suo racconto, «che non si sono fatti talvolta sorprendere da una vaga credenza nel soprannaturale, da coincidenze così incredibili che, prendendole come tali, non potevano essere elaborate dall’intelletto […]. Gli straordinari dettagli che sto per rendere pubblici costituiscono il nodo essenziale di una serie di coincidenze poco comprensibili».
Un altro campione del romanzo investigativo, il padre letterario di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle è stato accusato da un ricercatore alcuni anni fa infatti di aver avvelenato un amico, Fletcher Robinson, con il quale avrebbe scritto uno dei suoi più romanzi più fortunati: Il mastino di Baskerville. Il movente potrebbe essere rintracciato dunque nella volontà di nascondere la vera paternità dell’opera da parte di Conan Doyle o (forse anche) nel fatto che la vittima era il marito dell’amante dello scrittore.
Lontano dal Vecchio continente la ricerca potrebbe continuare. L'americano Dashiell Hammett, capofila della letteratura «hard boiled», è stato accusato del coinvolgimento in un torbido fatto di sangue avvenuto nei primi anni del secolo nel Maryland. Il celebre autore del Falcone maltese (interpretato sugli schermi da Humphrey Bogart) è stato dipinto dai suoi detrattori come un sicario prezzolato, pronto ad assassinare il sindacalista rosso Frank Little, con l'unico intento di arrotondare il magro stipendio passatogli dall'agenzia investigativa Pinkerton, presso la quale fu temporaneamente impiegato. La prova dell'omicidio - come nel migliore dei libri gialli - starebbe secondo i suoi accusatori in un libro dello stesso Hammett, dal titolo Raccolto rosso. Libro incentrato  appunto sulle dure lotte sindacali del primo Novecento americano e sugli squallidi affari di gangster feroci e individui senza scrupoli.
Nel settembre del 1951 lo scrittore eroinomane William Burroughs, amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac, posò un boccale di birra sulla testa della moglie, con l'intenzione di emulare le gesta dell'elvetico Guglielmo Tell. Prese la mira da alcuni metri e sbagliò. Solo di pochi centimetri. Sufficienti per conficcarle in fronte un proiettile della sua pistola automatica.
Un altro «caso eccellente» è quello del filosofo francese Louis Althusser, tra i massimi divulgatori della dottrina marxista in Europa e maestro di intellettuali come Michel Foucault, Jacques Derrida e Regis Debray. All'età di 62 anni, in una mattina del 1980, il professor Althusser si alzò dal letto e strangolò la moglie con il semplice ausilio del lembo di una tenda, attorcigliato intorno al collo di lei. Non è certo servito alla sua difesa ricordare che lo stesso omicida, per trent'anni professore al1'École Normale di Parigi, aveva sempre insistito nelle sue lezioni sull'impossibilità spinoziana di separare «psiche» e «soma».
Più contorto l’esempio del romanziere tedesco Hans Fallada, perseguitato dal regime nazista per la mancata adesione al Partito, tormentato dalla depressione e dipendente dalla morfina. Fece un patto suicida con l’amico Hans Dietrich ma Fallada uccise Dietrich, mentre l’amico assassinato fallì il bersaglio «condannandolo» alla vita.
Tra gli autori italiani con un drammatico passato di sangue c'è l'ex terrorista rosso, ora latitante in Brasile, Cesare Battisti, condannato in contumacia all'ergastolo per ben quattro casi di omicidio (in parte commessi insieme ad alcuni complici). In Francia dove è stato a lungo latitante si è dedicato alla scrittura di noir che hanno riscontrato un certo successo di vendite. Ben diversi i casi di Massimo Carlotto, accusato di omicidio, poi latitante e infine riconosciuto innocente dai tribunali italiani, e di Pietro Valpreda, l'anarchico forse più noto d'Italia, accusato di aver piazzato un ordigno esplosivo in piazza Fontana nel '69 e poi scagionato con tutti gli imbarazzi del caso.
Naturalmente non mancano esempi del caso inverso e cioè di killer divenuti scrittori in galera. Celebre, soprattutto dopo essere stato portata sullo schermo in un lungometraggio con Steve McQueen e Dustin Hoffman, la storia di Henri Charrière. Condannato nei primi anni Trenta a Parigi per un omicidio (da lui mai confessato), imprigionato nella colonia penale della Guyana francese, ed evaso e ripreso più volte, Charrière raccontò la sua vita e la traumatica esperienza del carcere in un libro fortunato: Papillon, dalla forma del tatuaggio che portava sul petto.
 Chiunque si sia interessato alle vicende biografiche di scrittori più o meno celebri sa in ogni caso che la propensione all'assassinio negli scrittori non supererà mai quella al suicidio. Basti pensare ad alcuni celebri autori giapponesi (da Mishima a Kawabata) o, per fare un solo esempio tra i molti possibili, a un grande della letteratura americana come Ernest Hemingway, che finì i suoi giorni sparandosi un colpo di fucile.
Si potrebbe ricordare che altre muse hanno “ispirato” l'omicidio oltre a quella letteraria. La musica nel caso di Antonio Salieri, accusato da un filone biografico in verità smentito da altri, di aver avvelenato l'antagonista Wolfgang Amadeus Mozart per invidia professionale. E 1'arte figurativa, nel caso del genio della pittura Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come il Caravaggio, vagabondo e violento per temperamento e omicida forse per necessità. Tornando all'universo dei libri, d'altro canto, non si può dimenticare la vicenda del pastore sassone Johann Goerg Tinius. Folle bibliomane vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento, il pastore Tinius, ammazzò a sangue freddo più di una volta, con 1'unico intento di procurarsi tomi rari e polverose raccolte assenti dalla sua collezione. Un volgare assassino insomma oltreché erudito eccezionale e apprezzato esegeta della Bibbia

Naturalmente per la stragrande maggioranza degli autori di fiction criminali, detective story o storie d'orrore del genere più vario, non c'è alcuna prova di sovrapposizione tra storie di carta e reali vicende criminose, nessun legame  provato tra arte e sangue. Il contrario insomma di quanto sosteneva De Quincey per cui pratica e teoria devono avanzare di pari passo perché «la gente comincia ad accorgersi che nella composizione di un bell'assassinio v'è qualcosa di più che di due sciocchi -1'uccisore e l'ucciso -, un coltello una borsa e un vicolo. Trama, signori, armonia scenica, luce, ombra, poesia, sentimento, sono ora giudicati indispensabili prove di questa specie».

IL CIBO FA LA STORIA

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Il successo della Food History: da Michael Pollan a Adam Gopnik, da Jared Diamond a Mark Kurlansky, da Piero Camporesi a Massimo Montanari

Nel 1667 Olanda e Gran Bretagna conclusero un lungo conflitto con il trattato di Breda che stabilì, tra l’altro, lo scambio tra l’isola di Run nell’Oceano Pacifico, ceduta agli olandesi, e l’isola di Manhattan che passò agli inglesi. Il baratto, visto col senno di poi, fu decisamente favorevole agli inglesi, o meglio ai discendenti dei coloni britannici, ma all'epoca ad aver fatto un affare sembrarono soprattutto i Paesi Bassi, che lasciavano New Amsterdam, poco promettente insediamento alle foci dello Hudson, con il più esotico e ricco atollo vulcanico indonesiano da cui proveniva il seme della noce moscata. Come potevano immaginare che quella zona  palustre sarebbe diventata la grande New York, città di riferimento dell’età contemporanea? La vicenda è stata raccontata nel dettaglio da Giles Milton nell'Isola della noce moscata, libro in cui l'autore ricostruisce sapientemente, tra avventure eroiche e bizzarre di esploratori e pirati, come nell'Europa tra Quattrocento e Seicento le spezie, rappresentarono una merce più preziosa dell'oro, determinando fondamentali scoperte geografiche e condizionando di fatto i destini del mondo.
Se ci è noto che la cioccolata, la bevanda degli dei, ha fatto la sua prima comparsa in Europa circa cinquecento anni fa nella forma di semi di cacao offerti dagli indigeni Maya a Cristoforo Colombo o che l’incendio del Boston Tea party è stato all’origine della guerra d’indipendenza americana, quanti conoscono l’influenza dello zafferano sulle sorti dell’uomo sul pianeta? Pochi, probabilmente, almeno prima della pubblicazione di libri come Lo zafferano di Pat Willard che rintraccia le origini di quella polvere magica che prima di raggiungere le nostre tavole è stata raccolta nell’antica Persia, è divenuta una spezia ricercata, ha allietato i bagni di Cleopatra e le cerimonie dei Romani, arricchito i banchetti medioevali e infine caratterizzato alcuni piatti tradizionali della cucina di mezzo mondo. Sono pochi anche coloro che avrebbero osato affermare che il merluzzo ha cambiato il corso della storia del mondo prima della pubblicazione del Merluzzo di Mark Kurlasnky dove si racconta l’autentica, quanto misconosciuta vicenda di un pur illustre protagonista delle nostre tavole, sotto la forma di baccalà o stoccafisso. Nell’era della gastronomia in cui siamo immersi, dove il mercato librario è letteralmente trasformato dal successo dei molti libri di ricette di chef più e meno noti come dal trionfo della food fiction, i libri di Milton, Willard e Kurlansky rientrano pienamente in un filone saggistico che conferma la “profezia” di Ludwig Feuerbach secondo cui “l’uomo è ciò che mangia” e che comprende la storia della patata di Larry Zuckermann ma anche saggi ben precedenti del filologo come Piero Camporesi, studioso della Scienza in cucina di Pellegrino Artusi e autore del Pane selvaggio o del Paese della fame, che hanno il pregio di raccontare con competenza e buona capacità narrativa una storia solo apparentemente laterale. Per condurci a scoprire, per esempio, che è stato probabilmente proprio inseguendo i banchi di merluzzo che i vichinghi e i baschi arrivarono alle coste nordamericane ben prima di Cristoforo Colombo.
Se è più naturale affermare che il computer, la radio o qualche altra scoperta o invenzione tecnologica hanno cambiato la storia dell’uomo, è assai meno scontato ricostruire come e perché spezie come la lavanda o sostanze come il sale abbiano influito sui grandi avvenimenti come sui cosiddetti cambiamenti di lunga durata, e cioè i costumi e le abitudini dei popoli. Ecco perché, accanto alla rispettabilissima storia dei grandi eventi, resta da scoprire un’inesauribile miniera di microstorie e di sorprendenti comparse e protagonisti minori che rappresentano un modo alternativo di rileggere il passato in modo piacevole e poco convenzionale. In passato – come ha scritto Carlo Ginzburg - si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto le "gesta dei re". Oggi, certo, non è più così. Sempre più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto o semplicemente ignorato. Radicalizzando in fondo gli insegnamenti di una scuola storica che ha raggiunto vette importanti con il Montaillou di Emmanuel Le Roy Ladurie o con La domenica di Bouvines di Georges Duby e superando gli stessi dettami della cosiddetta storia della mentalità e della lunga durata inaugurata dai maestri francesi delle Annales. Il Formaggio e i vermi sono per esempio le parole del titolo di uno dei saggi più affascinanti di Ginzburg ma anche le forme, gli oggetti e gli odori dell’universo di Domenico Scandella, detto Menocchio attraverso cui l’autore ricostruisce la storia misconosciuta di un mugnaio nato a Montereale in Friuli, sposato con sette figli (e altri quattro morti), che il 28 settembre1583 fu denunciato al Sant’Uffizio per  aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo, e condannato al rogo in occasione del giubileo del 1600. 
Di Menocchio è parente in qualche modo Monsieur Pinagot. Nato nel 1798, in un minuscolo villaggio della Normandia, ai limiti della foresta, non si è mai allontanato da quei luoghi per l’intera sua esistenza. Per guadagnarsi da vivere, fabbricava zoccoli. Non sapeva né leggere né scrivere. Alla sua morte, nel 1876, è silenziosamente scivolato nell’oblio, finché lo storico Alain Corbin non ne ha trovato il nome negli archivi e ha cominciato un’inchiesta di grande interesse, Il mondo ritrovato di Louis François Pinagot, dove ha cercato di capire chi fosse e che cosa potesse pensare uno dei milioni di esseri umani che ci hanno preceduto nel corso della storia senza lasciare tracce. E per ricostruire l’universo e l’epoca del protagonista l’autore della Storia sociale degli odori indaga anzitutto il formaggio e i vermi appunto o meglio, in questo caso, il frumento e l’orzo coltivati oltre le foreste della Perche, qualche maialino da latte, il sidro consumato in compagnia di altri zoccolai alla fiera di Saint Martin, poche vacche e capre per il burro e il formaggio, il pane che durante la crisi d’inizio Ottocento è sostituito dai legumi, patate e latticini, perché la tavola di Pinagot e della sua famiglia riassume per molti aspetti la sua esistenza dimenticata.
La cosiddetta Food history privilegiando l’indagine economica, ambientale, antropologica e culturale rispetto a quella culinaria tradizionale, è un campo di studio in continua crescita grazie anche all’interdisciplinarietà che la caratterizza. Manca una definizione precisa, potremmo parlare forse di cibologia, ma come tradurre efficacemente neologismi come foodscape, il contesto, o paesaggio alimentare di un’epoca? Dall’Oxford Food Symposium del 1981 a oggi gli studi sul cibo hanno trovato un numero crescente di cultori nei campi più disparati, dalla sociologia alla filosofia, dalla scienza all’etica con corsi universitari, associazioni e istituzioni nate e sviluppatesi dal Nord America (il Master della Chatham University per esempio) all’Italia (l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, animata dal fondatore di Slow Food Carlo Petrini e dove insegna anche Massimo Montanari, tra i fondatori della rivista “Food & History” e del Master in Storia e cultura dell’alimentazione della Facoltà di lettere di Bologna istituito in collaborazione con le Università di Tours, Barcellona e Bruxelles, e autore di opere come La fame e l’abbondanza.  
Tra i fautori dei Food Studies ci sono anche saggisti come Michael Pollan, autore del bestseller il Dilemma dell'onnivoro, dove analizza, un piatto dopo l’altro, il tipico pranzo americano mostrando cosa nascondono effettivamente le singole portate al di là delle etichette riportate su cibi e prodotti o Tom Standage, autore di una Storia commestibile dell’umanità che vede il cibo come una "forchetta" invisibile che ha costantemente pungolato il corso evolutivo della civiltà umana. 
Cosa c'entra per esempio la Rivoluzione francese con chef e ristoranti? Molto secondo il saggista americano Adam Gopnik perché dopo il 1789 a Parigi gran parte delle famiglie nobili erano fuggite da Parigi, quando non erano finite in carcere o sotto i ferri del boia, lasciando deserti gli hôtel particulier e senza lavoro la servitù e i raffinati cuochi domestici. Fu probabilmente proprio quando questi ultimi iniziarono a proporre al pubblico i loro servizi culinari che videro la luce i primi ristoranti "stellati". È solo una delle molte vicende che Gopnik ricostruisce col gusto del grande storico del costume e l'ironia del letterato raffinato nel suo saggio su cibo e cucina nel mondo, con la sfida tra cabernet californiano e bordeaux francese, la cucina giapponese, i fast food e molto altro.
Prendiamo il caso di un saggio che incrocia abilmente storia, biologia, archeologia, genetica e antropologia come Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond. Per Bill Gates «è la spiegazione più convincente del perché gli occidentali siano riusciti a conquistare il resto del mondo, e non viceversa» e ad apprezzare il premio Pulitzer non è stato isolato considerando il grande successo internazionale del libro. La ragione essenziale della storica "superiorità" sta secondo l'autore nella grande rivoluzione agricola dell'età neolitica e nell’allevamento degli animali, rese possibile in Eurasia da una serie favorevole di condizioni geografiche e climatiche che consentirono per la prima volta la produzione di cibo in alternativa a caccia e raccolta, cambiando la dieta dell'uomo e consentendo uno straordinario aumento della popolazione e uno sviluppo tecnologico senza uguali in altre parti del mondo. Nel suo racconto appare chiaro come la domesticazione della mandorla, dell'olivo o del melo, per fare qualche esempio, hanno conseguenze più importanti di quanto non sia mai stato considerato sui libri di storia. Tra le piante oggi coltivate, ma originariamente velenose, ci sono infatti anche i fagioli, i cocomeri, le patate, le melanzane e i cavoli: tutti casi in cui una qualche mutazione deve aver dato origine a qualche esemplare commestibile, che i primi agricoltori fecero germogliare e coltivarono in proprio.
Il cibo conta, insomma e una caso lampante è anche quello della conquista del Nuovo Mondo da parte degli Europei nel corso del Sedicesimo secolo dove hanno avuto un ruolo preponderante malattie portate da animali da allevamento che entravano a pieno titolo nel sistema alimentare occidentale. La maggioranza degli americani nativi morì infatti a causa dei microbi d'importazione che non in combattimento. E a importarli furono principalmente animali come buoi e maiali che gli spagnoli trasportarono massicciamente nei nuovi territori per replicare il loro modello economico e produttivo nonché le abitudini alimentari.
Ma l’alimentazione non spiega solo mutamenti millenari e svolte storiche planetarie. È anche uno strumento utilissimo per indagare per esempio la storia a noi più vicina e i suoi personaggi. La mezza pera offerta in altri tempi e con rigorosa naturalezza alla parca mensa del  presidente della Repubblica Luigi Einaudi o il patto della crostata, apparentemente destinato all’epoca a suggellare una tregua sulle riforme costituzionali tra D’Alema e Berlusconi, sono probabilmente, oggetti ed eventi destinati ad imprimersi nell’immaginario collettivo e nella stessa storia politica di un Paese assai più a lungo dei frequenti quanto spesso ‘impercettibili’ cambiamenti governativi che ne hanno cadenzato il lento trascorrere.
L’impressione è infatti che quello del costume politico sia spesso un modo di raccontare l’attualità e la storia recente del nostro Paese assai più penetrante e meno frivolo di quanto non si pensi. E tra i cultori di maggior successo di questo genere c’è senz’altro Filippo Ceccarelli, brillante notista e editorialista dei maggiori quotidiani, perfido osservatore di vizi e consuetudini del palazzo e dei suoi inquilini, siano essi i protagonisti più in vista della vita pubblica o gli scherani, i portaborse e le figure nell’ombra. Con sapienza e invidiabile memoria archivistica, senza mai eccedere nell’uso quasi automatico di metafore gastronomiche, l’autore ha ricostruito brillantemente nello Stomaco della Repubblica la storia del secondo dopoguerra, sbirciando nel piatto dei politici, illustrando gli usi culinari e conviviali dell’intero arco costituzionale, dall’insipida minestra servita ai membri della Consulta ai risotti dello chef preferito della sinistra, cucinati in diretta televisiva con l’abile regia di Bruno Vespa; il quale non a caso, nei suoi  numerosi bestseller pone sempre particolare attenzione alle mondanità culinarie della seconda Repubblica, ben sapendo che il menù di una serata al ristorante tra alleati di uno schieramento se non influisce direttamente sul risultato della stessa, resta comunque un ingrediente fondamentale di ogni abile ricetta narrativa e vale spesso di più del racconto di una strategica riunione nei palazzi del potere convocata appositamente per cambiare le sorti della nazione. Noi mortali abbiamo in fondo in comune con i potenti proprio il bisogno e il piacere di mangiare, e questo ce li avvicina e ci aiuta a capirli o detestarli esattamente come, per fare un altro esempio, l’esigenza e il desiderio del sesso, oggetto del precedente libro dello stesso Ceccarelli, Il letto e il potere, che è appunto una storia sessuale della Prima Repubblica. Inutile aggiungere che dai tortelli delle feste dell’Unità al caffè di Sindona, passando per il frigorifero di Bettino, cui solo il delfino Martelli pareva ammesso, lo stomaco della Repubblica sembra immancabilmente tutt’altro che sazio. E non solo di cibo, naturalmente.







SOPRAVVISSUTI IMMAGINARI


(DA IL LIBRAIO) 


L’incredibile vicenda di Enric Marco, protagonista politico della Spagna postfranchista, protagonista dell’affascinante nuovo romanzo di Javier Cercas, richiama alcuni casi di imposture editoriali di quello che si potrebbe riassumere, con qualche forzatura, come un drammatico “sottogenere” della letteratura dell’Olocausto ebraico, quello cioè delle false autobiografie. Marco si presentò nel dopoguerra come un sopravvissuto dello sterminio nazista con una testimonianza raccolta in Memorie dell’inferno del 1978 e rivelatasi solo più tardi frutto di una plateale menzogna. Ma il mercato editoriale ha registrato altri casi di confessioni d’invenzione spacciate per vere: è il caso di Frantumi in cui Benjamin Wilkomirski racconta la sua esperienza di bambino nei campi di sterminio tedeschi della seconda guerra mondiale: pubblicato nel 1995, fu subito accolto con favore della critica e tradotto in tutto il mondo. Peccato che la storia fosse stata più o meno coscientemente inventata dalla fervida immaginazione dell'autore.
Un caso diverso è stato quello del sopravvissuto dell'olocausto Herman Rosenblat, che Oprah Winfrey invitò al suo seguitissimo show televisivo. Presentò anzi in anteprima il memoir dell’ospite in via di pubblicazione, Angel at the Fence, come “la più grande storia d'amore" che avesse mai letto. Una citazione che avrebbe funzionato in modo straordinario nel lancio del libro se il libro non fosse stato bloccato, come avvenne, per le troppe licenze di finzione che l’autore si prese per rendere sensazionale il suo racconto: in particolare dove  narrava di aver conosciuto la futura moglie quando lei aveva iniziato a portargli segretamente del cibo attraverso il filo spinato che circondava il campo di concentramento dov'era detenuto. Su quei particolari erano costruiti la trama e il titolo del libro stesso: quando alcuni studiosi fecero notare che l'episodio raccontato non avrebbe potuto aver luogo a Buchenwald, come si pretendeva, Rosenblat fu costretto ad ammettere il falso e l’editore americano decise di cancellare l’uscita del volume.
Clamoroso, alla fine degli anni Novanta, è stato anche il bluff di Misha Defonseca, autrice di Sopravvivere con i lupi, presentato come la storia vera di una bambina sopravvissuta alla Shoah risultò in seguito anch’esso inventato: Misha portava in realtà un altro nome, Monique, non era una bambina ebrea e non aveva mai attraversato a piedi le foreste dell'Europa orientale durante la guerra, accompagnata e protetta da una muta di lupi, alla ricerca dei genitori deportati nei lager nazisti. Un’invenzione che non ha impedito al libro di essere tradotto in una quindicina di lingue, di vendere milioni di copie nel mondo e di generare un film di un certo successo.

Gli esempi editoriali di una simile rassegna sul tema insomma non mancano: basti ricordare ancora il celebre Uccello dipinto di Jerzy Kozinski: quanto c’è di vero nello spunto autobiografico della travagliata esistenza di un bambino ebreo polacco nell’Europa del dopoguerra divenuto in seguito autore di fama internazionale? Le polemiche e il criterio della nuda verità dei fatti non sembrano in ogni caso aver impedito a quel testo di rimanere una lettura simbolo di un’epoca tragica della nostra storia.

L'EDITORE COME PERSONAGGIO DA ROMANZO





(DA PRETEXT)

L’editor è quella strana figura professionale che non scrive libri (ci pensano gli autori), non li stampa (c’è il tipografo), non li vende (è compito del libraio), e non li distribuisce nemmeno. Il suo compito si limita più o meno a tutto il resto (copyright di Valentino Bompiani): va a caccia di autori, seleziona un testo da pubblicare, ne propone le modifiche necessarie e accompagna ogni fase della successiva gravidanza letteraria fino all’approdo  del libro sul mercato. Per qualcuno gli editor sono scrittori mancati ma è una definizione in fondo banale e un po’ troppo simile a quella usata per i giornalisti e poi bisognerebbe almeno ricordare il caso di editor-scrittori di successo come Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Luciano Bianciardi che smentisce con una certa efficacia il trito luogo comune.
La verità è che sono semplicemente due mestieri diversi; più interessante notare come l’editor sia stato al di là del suo volere anche un ottimo personaggio da romanzo, forse grazie alle numerose invidie (non del tutto giustificate) che i gatekeepers del mondo dei libri tendono ad attirarsi, forse per il fascino (tutto presunto) del mondo letterario in cui vivono e sicuramente per l’ambigua natura del ruolo che ricoprono: mediatori, quali sono, tra la creatività artistica dell’autore e le regole del mercato che ogni sana impresa dovrebbe tentare di mettere in pratica. La comparsa dell’editor sulla pagina scritta, come protagonista o comprimario romanzesco, avviene in realtà relativamente tardi. E il motivo è molto semplice: la figura in questione è un’invenzione che risale agli inizi del Novecento e riguarda inizialmente soprattutto i Paesi anglosassoni; i primi editor tra l’altro si sono affermati nei giornali (questo in parte spiega la comune definizione spregiativa di cui si diceva inizialmente) dove c’era la necessità di correggere gli articoli per metterli in pagina ma anche di capire quali pezzi pubblicare per andare incontro nel modo migliore ai gusti dei lettori. Si dice che l’editor di maggior successo della storia sia stato Mosè con le tavole della legge (Dio l’“autore”) ma, al di là delle battute, prima del secolo scorso il campo era occupato più che altro da stampatori più o meno illuminati o piccoli e grandi tipografi, da Manuzio a Bodoni, e l’autore aveva a che fare direttamente con loro o, più tardi, con chi conduceva la casa editrice, l’imprenditore. L’editor, si diceva, resta in ogni caso un personaggio ambiguo: lavora per l’editore, ma contemporaneamente per i suoi autori di cui diventa spesso sodale (chi lo impiega lo stima e lo teme allo stesso tempo) e deve intercettare per tempo tendenze e gusti dei lettori anche quando questi vanno in direzioni che non corrispondono al suo gusto personale. La storia è ricca di editori che hanno avuto tra l’altro un “fiuto eccessivo” anticipando buone idee e tendenze che avrebbero potuto essere apprezzate solo più tardi: Siddharta di Herman Hesse, quando fu pubblicato nel 1922 non ebbe la circolazione che avrebbe conosciuto in seguito. I Malavoglia di Giovanni Verga fu un fiasco alla prima apparizione ma divenne poi un classico. Stessa sorte per Moby Dick di Herman Melville, che portò all’autore solo un successo postumo.
I primi esemplari personaggi da romanzo sono dunque gli editor in carne e ossa, entrati nella piccola mitologia della miglior letteratura: da Maxwell Perkins, editor di Francis Scott Fitzgerald per Scribner (non fosse stato per lui Il grande Gatsby porterebbe un altro titolo, Trimalchioo in West Egg) a Saxe Commins di Random House per alcune opere di Ernest Hemingway, da William Shawn del New Yorker per J. D. Salinger a Robert Gottlieb per John le Carré e Toni Morrison, da Diana Athill per V. S. Naipaul e Norman Mailer a Ezra Pound per La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot (per non parlare del ruolo di Gordon Lish per Raymond Carver e di Tay Hohoff nella “ricostruzione” di un grande bestseller internazionale come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, emersa con particolare evidenza con la pubblicazione dell’inedito Go Set a Watchman, che porta del resto lo stesso titolo con cui l’autrice americana aveva presentato il manoscritto originario del suo capolavoro).
Per arrivare, più recentemente, a Jonathan Galassi di Farrar, Straus and Giroux, editore di Jonathan Franzen, che ha raccontato mirabilmente una fase di passaggio dell’età dell’oro dell’editoria nordamericana in un romanzo di recente pubblicazione. Il protagonista è Paul Dukach, editor della Purcell & Stern, nome fittizio di una delle poche case editrici indipendenti di New York, per il giovane una grande scuola di mestiere e di sopravvivenza tra grandi gruppi editoriali, agenti famelici e competitor pronti a tutto per accaparrarsi l’autore di grido e il nuovo potenziale bestseller. Tra autori permalosi, caotiche fiere del libro in Europa e un duro quanto diplomatico lavoro sui manoscritti, Paul non dimentica di coltivare la sua passione per la poesia e in particolare per la poetessa Ida Perkins, che segnerà la sua vita. Paul sembra destinato a succedere al vecchio Homer Stern, lupo di mare dell’editoria ma è in qualche modo attratto anche dalla figura dell’anziano editore concorrente, Sterling Wainwright della Impetus Editions, vera e propria autorità culturale e paladino della Letteratura di qualità, simbolo di un mondo dei libri che pare destinato al tramonto. Tra Homer e Sterling corre inevitabilmente una grande rivalità, e non solo perché i due incarnano modi e visioni opposti, ma perché da sempre si contendono entrambi proprio Ida Perkins, la stessa affascinante poetessa che Paul fa di tutto per pubblicare. Quando il protagonista riuscirà finalmente a incontrare La Musa (questo il titolo del libro) a Venezia, verrà a conoscenza di una verità che potrebbe travolgere molte certezze. Chi si nasconde dietro ai personaggi in questione? Quanta di questa storia si nutre dell’autobiografia stessa dell’autore, classe 1949, presidente della prestigiosa Farrar, Straus and Giroux e scopritore di Jeffrey Eugenides, Jamaica Kincaid, Scott Turow o Michael Cunningham, nonché poeta egli stesso e traduttore in inglese di Montale e Leopardi? Quanto basta per calare perfettamente il lettore nella magica atmosfera di un mondo in definitiva trasformazione e fargli vivere sulla pelle la trama e le emozioni di una storia letteraria e di una passione professionale di grande fascino.
A margine della pubblicazione del libro, Galassi si è soffermato sulle storture di una produzione editoriale che tende oggi a sostituire i gusti personali dell’editor con le virtù delle funzioni algoritmiche di Amazon ed è difficile dargli torto. Cercando in Rete potrete imbattervi in un autore di 200.000 libri. Si chiama Philip Parker è docente di Management Science nonché inventore di un algoritmo che consente l’aggregazione di testi con un certo minimo comun denominatore. I suoi non sono veri e propri libri ma raccolte di dati e testi su un determinato argomento, dei compendi che utilizzano materiali liberi da copyright e rintracciabili in prevalenza sulla Rete La storia raccontata da Galassi richiama alla mente un libro pubblicato qualche anno fa. Martin Bauman, oltre che il protagonista dell’omonimo libro di David Leavitt, è l’alias dietro cui si cela l’autore stesso. Quest’ultimo, nato a Pittsburgh e cresciuto a Palo Alto in California si trasferisce sull’East Coast, si laurea in letteratura alla Yale University, inizia a lavorare per la celebre casa editrice Viking di New York e si afferma nel 1984, a soli ventitré anni, con Ballo di famiglia, ormai divenuto un classico della fiction contemporanea. Quanto al primo, Martin Bauman, all’inizio degli anni Ottanta, non ancora ventenne, viene ammesso in un prestigioso college americano per seguire i corsi del leggendario editor Stanley Flint, l’uomo capace di troncare il sogno di un aspirante scrittore ma anche di accompagnarlo nell’empireo del successo. E si trasforma ben presto in protagonista del fervente mondo letterario newyorkese. Come si vede, le vite dei due, più che procedere parallele, finiscono in realtà per incrociarsi assai spesso e non solo nella descrizione della brillante carriera di scrittori di entrambi, ma anche nel contrasto tra questa corsa ambiziosa al successo pubblico e la fragile vita privata dei due, dove Martin Leavitt e David Bauman (o viceversa) si confrontano con l’ombra del padre, professore alla Stanford Business School, in un caso, e con quella del padre letterario Stanley Flint, nel secondo: in ogni modo uno scomodo ideale di perfezione con cui occorre fare i conti per affermare la propria identità. Soprattutto se alle crisi sentimentali si somma la difficile affermazione dell’omosessualità del protagonista.
Ancora più reale è il personaggio principale de L’editore, lavoro molto precedente di Nanni Balestrini, dove un giovane regista, un professore universitario, un libraio e una giornalista si ritrovano per studiare come mettere in scena la straordinaria e breve parabola di Giangiacomo Feltrinelli  sullo sfondo delle lotte sociali degli anni Settanta, tra ideali rivoluzionari e reali deviazioni antidemocratiche degli apparati dello Stato. Chi ha lavorato in Feltrinelli negli anni Cinquanta traendone ispirazione per i suoi libri è, com’è noto, Luciano Bianciardi che, ne Il lavoro culturale, narra l’ironica storia di un intellettuale di provincia, convinto delle virtù dell’impegno culturale e del sapere nell’ottica di una responsabilità civile e politica destinata a incidere sulla realtà. È il ritratto di un’intera generazione di intellettuali di sinistra, ma anche delle loro illusioni: il trasferimento a Milano dalla Toscana, vissuto inizialmente come possibilità di reagire alle sue frustrazioni, si rivela per i  protagonista un fallimento. La vita nella metropoli e il ruolo culturale tanto ricercato finiscono per deluderlo e il discorso intellettuale iniziato con la Resistenza appare definitivamente tramontato.
Un maestro di libri sui libri e meta romanzi è sicuramente il francese Daniel Pennac. Nel suo La prosivendola racconta il lancio di un anonimo autore di bestseller internazionali sul mondo della finanza da parte di regina Zabo, direttrice della casa editrice Taglione che decide di reclutare un sostituto che faccia le pubbliche veci dello scrittore mascherato. Il sostituto ovviamente è Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, che fi nirà vittima di un attentato finendo in ospedale in stato comatoso. Prima della brutta fine lo stesso Malaussène si distingue a un certo punto nelle funzioni di editor delle edizioni del Taglione quando, quasi per ribaltare il suo senso di colpa e liberarsi di un aspirante autore, gli rifila un suo presunto manoscritto già rifiutato da numerosi altri editori chiedendogli un parere. Si tratta in realtà di uno dei tanti manoscritti arrivati e mai restituiti. Una trama per certi versi assai simile si ritrova nell’esilarante La grande caccia dove l’umorista inglese Tom Sharpe racconta le attività spregiudicate di un’agenzia letteraria londinese, la Frensic and Futtle, che riceve da uno studio legale un manoscritto di un romanzo ad alto tasso erotico: protagonista un’anziana ottantenne e un giovane diciassettenne. Unica condizione posta dall’autore per la pubblicazione è l’anonimato. Gli agenti riescono a venderlo per due milioni di dollari a un popolare editore americano che pone però a sua volta la condizione dell’impegno personale dell’autore a promuovere il libro sui media e in un lungo tour per il Paese. Gli agenti hanno la brillante quanto strampalata idea di utilizzare come controfigura un autore desideroso di esordire nel mondo delle lettere. Il problema sorge però quando una copia del dattiloscritto arriva effettivamente dall’editore al prestanome che non era propriamente a conoscenza del contenuto del libro… L’agente riuscirà a convincerlo a partire per il tour letterario ma la commedia degli equivoci, come si potrà immaginare, è appena iniziata.
Per restare sul versante parodistico si può ricordare il personaggio di Otis, un piccolo editore inglese con un certo talento, quasi una passione, per andarsi a cacciare in situazioni difficili. In questo caso il guaio è direttamente proporzionale al nome (perfettamente onomatopeico), alla posizione sociale e all’irascibilità di uno dei suoi autori: l’altezzoso sir Bostock. In un momento di disattenzione (nella quale può capitare di leggere una sorta di inconscia volontarietà) ha infatti inserito, nelle memorie del nobile britannico, alcune riproduzioni di adorabili fanciulle, che hanno il solo difetto di presentarsi in modo piuttosto discinto. È a questo punto che entra in azione il protagonista di uno dei più ironici e riusciti romanzi di Pelham Grenville Wodehouse: Zio Dinamite, un ricco e distinto signore dalla flemma apparente che porta degli eleganti baffi grigi e tradisce lo sguardo di un profondo conoscitore della vita, un uomo sempre capace di decidere la cosa giusta al momento giusto. Ecco perché sua nipote Sally chiede aiuto proprio a lui per togliere dai pasticci suo fratello Otis, che rischia la bancarotta per un libro. Zio Fred deve dunque precipitarsi al castello di Ashenden e ricorrere a tutta la sua abilità e la sua faccia tosta per salvare il nipote e dare inizio a una serie di dialoghi e situazioni paradossali in cui l’autore conferma la sua migliore vena surreale.
 Siamo nel magico mondo di Wodehouse che con questo titolo (che ricorda nella parte della parodia del mondo editoriale un altro libro dello stesso autore sulle esilaranti Gesta di Psmith, giornalista deciso a trasformare la testata Dolci Momenti in una rivista d’assalto e di ruvida denuncia sociale), come con il ciclo di Mulliner, o con quelli di Jeeves e di Blandings, rappresenta la perfetta incarnazione della migliore tradizione dello humour britannico e di quel particolare grado di clima isolano e umidità dell’aria che l’hanno prodotto e fatto prosperare. Uno dei romanzi che meglio ha riassunto in toni sarcastici ma in fondo piuttosto “fedeli” il mondo dei libri è sicuramente Felicità® di Will Ferguson. Il protagonista è Edwin de Valu, giovane editor di una casa editrice di Manhattan, in forze al settore manualistica e self help. La sua sfida quotidiana sta nel tentare di abbassare le infinite pile di manoscritti che arrivano spontaneamente in casa editrice da ogni dove cercando un modo, il più possibile cortese, per esprimere al mittente un fermo rifiuto alla pubblicazione. È proprio navigando nel mucchio di testi più o meno improbabili (o che lui reputa tali) che un giorno s’imbatte in un poderoso dattiloscritto di un migliaio di pagine, dal titolo non particolarmente promettente: Cosa ho imparato sulla montagna. Scoraggiato dalla mole e dalla “voce” dell’autore, Edwin cestina il libro e scrive una sbrigativa lettera di rifiuto. Pochi minuti dopo in riunione scopre di dover trovare a breve un libro capace di risollevare i conti di una stagione editoriale a rischio e il bestseller desiderato diventerà naturalmente proprio quel cumulo di pagine di scarso interesse che ha appena rifiutato. Dopo una serie di vicissitudini che ben descrivono i lati più deleteri del grande mondo dell’editoria, il voluminoso manoscritto diventa “il grande libro della felicità”, il talismano per tutte le stagioni, capace di assicurare ai lettori la soluzione di ogni problema esistenziale, il superamento di ogni dipendenza dai vizi più dannosi alla salute ma anche l’assicurazione di una scorciatoia per guadagnare denaro facile e, perché no?, di dimagrire e migliorare le propria vita sessuale.
Il buzz impazza a New York e da lì all’America intera: grazie al passaparola il libro diventa, contrariamente a ogni possibile controindicazione originaria, il magico megaseller in grado di dare una svolta ai destini della casa editrice. E non solo, perché, oltre a vendere milioni di copie, l’impossibile ricetta di vita funziona talmente bene da rendere davvero il pianeta un posto più felice per tutti con il conseguente crollo della fiorente industria dei farmaci e delle tossicodipendenze, dell’alcol e delle palestre. Una parodia perfetta del confezionamento a tavolino di alcuni libri di successo, ma anche della “sacra regola dell’imprevedibilità del bestseller” che ogni editor dovrebbe ripetere come mantra quotidiano se è vero che nel 1995 almeno nove case editrici del Regno Unito, tra cui Transworld e HarperCollins, rifiutarono Harry Potter e la pietra filosofale perché troppo lungo e un po’ vecchio stile. Quanto hanno rimpianto il momento del rifiuto assistendo al successo della serie firmata da J. K. Rowling (soprattutto dopo l’adattamento cinematografi co)? Ma non è il solo rischio del mestiere: la beffa è sempre dietro l’angolo.
Nel 2007 un aspirante scrittore inglese ha tirato un brutto scherzo all’establishment dell’editoria britannica. Ha mandato a diciotto case editrici i capitoli di tre celebri opere di Jane Austen presentandoli come scritti dalla sedicente A. (Alison) Laydee (Austen si firmava con lo pseudonimo «A Lady»). Un solo editor se n’è accorto accusandolo di plagio. Gli altri hanno risposto con lettere di rifi uto di routine, qualcuno persino con un incoraggiamento a continuare sulla strada intrapresa. Henry James definiva quello dell’editor un «lavoro da macellaio», David Herbert Lawrence se la prendeva con quelli che «cercavano di modellargli il naso con una forbice». John Updike diceva che farsi editare è come «andare dal barbiere », aggiungendo però: «Odio tagliarmi i capelli». Ma è un po’ come il dentista. Diffi cile evitarlo.
Come ha scritto Stephen King in un suo testo autobiografico sul tema (On Writing), «quando scrivi un libro passi l’intera giornata a descrivere gli alberi. E quando hai finito devi fare un passo indietro e guardare alla foresta nel suo complesso». È chiaro che, a volte, non bastano gli occhi della stessa persona per fare entrambe le cose. Anche per questo occorre una figura specializzata che abbia lo sguardo sul particolare (frasi, sintassi, consecutio temporis) e sull’intero (rileggendo un romanzo da cima a fondo). Ma non solo naturalmente: per Max Porter, della rivista letteraria inglese Granta, «un editor moderno è in parte un correttore di bozze, in parte uno psicologo, e in parte un uomo di marketing. Un artigiano che lavora come un ceramista con cesello e spinte gentili». E nell’era delle grandi concentrazioni editoriali, o di quella delle nuove grandi agenzie letterarie, nonché degli autori sedotti dal selfpublishing e dal web, ma abbandonati sempre più spesso a se stessi, è difficile pensare che il mondo dei libri possa fare a meno di una simile figura professionale. Nella realtà o almeno nelle pagine dei romanzi.