LA TRAPPOLA DELLA "BUONA CENSURA"


Come la sindrome del politicamente corretto ha contagiato il mondo dei libri

(Da PRETEXT)

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Che cosa accadrà al vecchio verro della Fattoria degli animali di Orwell e ai Tre porcellini in lotta col lupo? Spariranno per sempre dai nostri scaffali e dal nostro immaginario? Saranno sostituiti da animali più presentabili e politicamente corretti? A spingerli tra le specie a rischio d’estinzione è l’epidemia del politicamente corretto che ha progressivamente contagiato la cultura occidentale. Per fortuna i suini di cui sopra non si trovano nel catalogo della prestigiosa Oxford University Press, vista la nuova linea editoriale che ha proibito ai suoi autori di menzionare nei testi le parole "maiale" e "carne di maiale" (e le loro brave derivazioni: salsicce, salame, prosciutto e via insaccando) con l’intento di non offendere i lettori musulmani ed ebrei.
Sono solo linee guida, secondo l’editore inglese: "Pubblichiamo libri in 200 Paesi e consigliamo sempre ai nostri autori di rispettare le sensibilità locali, le differenze culturali". Proposito nobilissimo naturalmente, ma se dovessimo rispettare la  “sensibilità” di ogni gruppo, comunità e individuo in ogni pubblicazione e magari con effetto retroattivo su qualunque testo della letteratura mondiale, ci troveremo prima o poi a vagare in un mesto cimitero di parole defunte e di epitaffi alla fine dell’immaginazione. Come rischia di accadere ne La meravigliosa O (1957) di James Thurber, storia di un pirata che si impadronisce di un’isola e mette al bando la lettera O, che detesta in modo viscerale da quando la madre è rimasta incastrata in un oblò. Per fortuna i ribelli sull’isola non mancano, continueranno a parlane con la lettera vietata e manderanno a monte il piano del corsaro perché “a coat is not a cat and a boat is not a bat” o, nella versione italiana, “quando voglio le uova non voglio l’uva”.
Un chiaro esempio del rischio che corriamo è rintracciabile nelle fiabe politicamente corrette riscritte da James Finn Garner. Nelle nuove versioni dei classici per l’infanzia l’imperatore non è più nudo ma segue la moda di stagione, Biancaneve si rifugia dai sette diversamente alti, Riccioli d’oro è una scienziata impegnata a studiare l’antropomorfismo degli orsi e le sirene si vedono finalmente riconosciuti i diritti fondamentali che quel conservatore di Hans Christian Andersen non aveva mai concesso ai protagonisti delle sue storie (nell’Ottocento). Più che un adattamento, una satira che mette alla berlina il tentativo di normalizzare anche le più tradizionali forme narrative per proteggere i bambini (ma forse gli adulti in primis) dalle ingiustizie del mondo. Ma il rischio di svegliarsi in un incubo di anodina perfezione è dietro l’angolo e tenderebbe ad assomigliare purtroppo alla dittatura di 1984 di Orwell dove il partito unico ha imposto una neolingua priva di sfumature eterodosse e il Ministero della Verità si preoccupa di correggere testi e articoli del passato perché corrispondano al dettato del Grande Fratello. Inevitabile il riferimento al futuro distopico di Farenheit 451 (la temperatura a cui brucia la carta) di Ray Bradbury in cui il pompiere Montag è addetto a incendiare le case di chi viola la legge conservando i libri banditi: “Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite... per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia”.
Prendiamo uno dei grandi personaggi della storia della letteratura: il capitano Achab del Moby Dick di Herman Melville. Fino a qualche tempo fa non avremmo avuto difficoltà a definirlo semplicemente un cacciatore di balene. Ma per un numero crescente di persone andrebbe chiamato col suo “vero nome”: “una persona portatrice di un comportamento scorretto nei confronti dei cetacei a rischio di estinzione”, un uomo contrario a ogni regola fondamentale per la conservazione del patrimonio ambientale, anzi un rappresentante convinto del dispotismo del mercato globale, pronto a fare affari con l'industria monopolistica dell'olio. Se pensate di potervi imbattere in una definizione di questo tenore solo negli ambienti più radicali di qualche città liberal americana siete molto ottimisti: ora potrebbe capitarvi in molti paesi al di qua dell’Atlantico e vi conviene esser pronti ad esser coperti di improperi se sosterrete tesi differenti sull’argomento con dichiarazioni non sufficientemente eufemistiche.
Nella nuova versione di Huckleberry Finn di Mark Twain, curata dal professor Alan Gribben, la parola nigger è stata sostituita con slave (schiavo) ed è scomparso il termine injun (indiano) per non urtare la sensibilità delle minoranze pellerossa. Senza considerare però che il testo così finisce per cambiare il significato attribuito dall’autore che, quando ha scritto il libro alla fine dell’Ottocento, ha usato parole di uso comune che non avevano alcun intento spregiativo. Si potrebbe aggiungere che non si tratta di un comportamento tanto nuovo in fondo. Prendiamo le istruzioni che Elio Vittorini diede nel 1964 a Fernanda Pivano, traduttrice delle poesie di Allen Ginsberg: “Sostituire sperma con seme; sostituire l’ultima sbora con l’ultimo sperma", "sostituire buco del culo con b.d.c.", "sostituire cazzo con membro", "sostituire l’intera parola culi con tre puntini", "sostituire l’intera parola cazzo con tre puntini". Il tutto si ritrova in una lettera inviata dalla direzione editoriale Mondadori; ma il contesto era differente e la versione edulcorata di Howl era volto a evitare problemi in vista della pubblicazione di un’antologia poetica, visto "il moralismo della Magistratura Italiana".
Il fenomeno del politicamente corretto, mosso dal desiderio di evitare ogni forma di emarginazione dei più deboli, sarebbe in fondo condivisibile da chiunque se non raggiungesse punte radicali ed effetti parossistici nocivi per tutti. Il rischio è anzitutto che si riduca a una pura manifestazione di conformismo: una piccola maschera che ci abituiamo a indossare per non risultare antiquati. Un comportamento di adesione alle convenzioni volto a nascondere la nostra identità reale che finisce per trasformarsi, giorno dopo giorno, in quella ufficiale. Diciamo alcune cose perché altri ci assicurano che sono quelle corrette e infine noi stessi crediamo che lo siano. Anni fa per esempio la parola globalizzazione evocava straordinari e pluriennali piani di sviluppo in vista del raggiungimento della prosperità planetaria. Ora è l’esatto opposto: non essere schierati contro la globalizzazione può crearvi qualche problema. E da questo punto di vista il mercato editoriale della carta stampata è uno specchio perfetto di questo fenomeno: tutti – chi più chi meno – hanno contribuito all’esaltazione dei fecondi destini di internet e delle sue prospettive neodemocratiche, aspettando solo la conclusione del flusso positivo per virare freneticamente verso posizioni virulentemente antitetiche alle precedenti.
A ben guardare, adottare il metodo della correttezza politica può essere un modo di affrontare i nostri tabù, e le proibizioni che li circondano, è un modo di nascondere soprattutto le nostre paure di fronte a ciò che è diverso o appare tale. Azar Nafisi, autrice di Lolita a Teheran sostiene che “il politicamente corretto è assolutamente incompatibile con la letteratura perché non consente alcun tipo di dibattito e punta a eliminare i pregiudizi facendo appello alle emozioni”. Un’affermazione fatta con cognizione di causa considerando che l’autrice iraniana ha dovuto lasciare il suo Paese per le critiche scatenate dal suo romanzo. Si cercano soluzioni facili a situazioni complesse, ma l’arte e la letteratura hanno un altro compito: dovrebbero metterci di fronte al caos dell’esistenza attraverso l’invenzione e farci sentire a disagio può essere una conseguenza necessaria.
Qual è allora l’origine del fenomeno “Pol. Corr.”? È un concetto esclusivamente yankee? È davvero un pericolo nuovo dal punto di vista storico? Nella sua Cultura del piagnisteo Robert Hughes suggerisce un'origine “tribale”. Non a caso la parola taboo (nell’adattamento inglese) o tabou (in quello francese) viene da alcune splendidi atolli del Pacifico dove veniva utilizzata per indicare gli oggetti più sacri e proibiti. Ma la fortuna del termine arriva grazie alle interpretazioni antropologiche e alle teorie psicologiche (Freud in testa). Come ogni forma di tabù il canone politicamente corretto cambia a seconda delle latitudini, della cultura e dei periodi storici. Nel mondo contemporaneo sembrano perdere forza progressivamente tabù tradizionali come la morte, la malattia e il sesso. Anche se non vale per tutti ovviamente e spesso prevale un trattamento comico del tema teso a esorcizzare   timori ancora vivissimi o a sfumare grandi dilemmi morali. In ogni caso il maggiore tabù del nostro tempo è forse la questione della differenza fra gli esseri umani, che si tratti di pelle di colore diverso o di conflitti di genere, non solo tra uomo e donna ma tra identità sessuali sempre più numerose: lesbian, gay, bisexual, transexual, transgendered, questioning o (queer): LGBTQ. Anziché un valore, la diversità sembra dover essere nascosta da definizioni sempre più tortuose e  florilegi retorici.
Hughes analizza la “falsità culturale” del fenomeno american, la diffidenza della politica convenzionale, l'atteggiamento scettico nei confronti di qualsiasi autorità e il trionfo della superstizione; una lingua corrosa dall'eufemismo. All’origine c’è il multiculturalismo, che nasce certamente come concetto positivo ma quando perde la misura e assume toni apocalittici finisce per riflettere un malessere culturale molto più profondo che in America è stato negli anni Ottanta quello dell’università. La specializzazione eccessiva, l’assurdo carrierismo dei board accademici che assomigliavano alla celebre accademia reale di Lagado delle Avventure di Gulliver di Jonathan Swift dove un manipolo di esperti lavorano per estrarre i raggi di sole dai cetrioli e per costruire le case del Regno. “All'interno delle università americane l'angolo di specializzazione è diventato così stretto (pur di trovare soggetti precedentemente sconosciuti di studi, tesi, e relazioni) che nessuno è più in grado di avanzare in una struttura più vasta...”. Una concezione politicamente corretta dovrebbe essere benvenuta in ogni campo nel momento in cui cerca nuove interpretazioni per vecchi problemi, ma l'eccezione presto si trasforma in una regola. E così si comincia difendendo la “vera storia” di quel particolare gruppo di indiani d’America e si finisce per decretare un attacco generalizzato contro ogni aspetto della civilizzazione americana.
Pensiamo ad alcune battaglie contro antologie di classici e libri “canonici”. Certo, l'idea di costruire una gerarchia con valori potenzialmente eterni e lontani da ogni considerazione sulle vicissitudini del presente ha i suoi limiti. Ma il relativismo assoluto, per converso, rischia di uccidere ogni tentativo di critica letteraria. Insomma non possiamo parlare di classici di letteratura, perché il Moby Dick di Melville è politicamente scorretto e, con esso, una lunga sfilza di titoli e autori che abbiamo sempre amato?
Ma c’è di più purtroppo. Il fenomeno è in crescita secondo i dati dell’Office for Intellectual Freedom e dell’American Library Association: ogni anno solo negli Stati Uniti d'America vengono banditi o censurati centinaia di titoli e la Bibbia resta tra i testi più colpiti. Diminuisce invece, per assuefazione, il numero di coloro che si oppongono alle iniziative censorie e cambiano i soggetti che si sentono offesi dal contenuto di un libro e che chiedono di vietarlo: sempre meno professori universitari e sempre più studenti. Come dire che il contagio della sindrome “pol. corr.” ha ormai preso piede sempre più nelle nuove generazioni, tanto in America quanto in Europa. Due giovani, Anna e Mia, hanno trovato il tempo di lanciare una petizione per protestare contro l’esposizione al Metropolitan Museum di un quadro del celebre artista Balthus raffigurante un’adolescente discinta (Therèse Dreaming). L’accusa: il dipinto è un invito alla pedofilia. Ma l’aspetto preoccupante è che hanno raccolto migliaia di firme di persone che la pensano come loro e che, se quel quadro dovesse davvero essere oscurato, la stessa sorte finirebbe prima o poi per toccare a una lunghissimo elenco di opere “degenerate”: dalle decorazioni osé sui vasi di terracotta dell’antica Grecia alle Demoiselles d’Avignon di Picasso. 
Oggi quando parliamo di fondamentalismo pensando all'Islam o al terrorismo, ma il “morbo” in questione è in qualche modo una forma di fondamentalismo culturale che coinvolge potenzialmente ogni genere di asserzione politica o culturale. Il dogma richiede giusti comportamenti sessuali, il corretto gusto letterario, lo stesso stile normalizzato nel parlare e nello scrivere. La situazione è peggiorata dopo l’11 Settembre 2011 e poi dopo l’attentato di Parigi alla sede di Charlie Hebdo del novembre 2015 perché è cresciuto il clima di odio e paura su ogni fronte. Il settimanale satirico francese, accusato per le vignette sacrileghe con protagonista il profeta dell’Islam Maometto, oggi continua a pubblicare i suoi strali umoristici e i suoi disegni al vetriolo ma lo spirito con cui lo fa non sarà mai lo stesso di prima, perché è aumentato il timore di usare tutta la libertà che abbiamo a disposizione in base a leggi che abbiamo conquistato in secoli di battaglie per il diritto alla libera espressione. Tutto questo nella situazione paradossale del trionfo indisturbato degli haters sui social network e sul web, dove gli umori più fetidi dell’ultimo (o primo) idiota possono colpire davvero chiunque su scala universale sotto la protezione dell’anonimato. In questa situazione di violenza (non solo verbale) liberata e amplificata è evidente che l’ansia della correttezza rischia di colpire in modo indiscriminato qualunque obiettivo: dai commenti insulsi sul web alla narrativa letteraria. Ma sono i tweet dei politici fuori controllo e le minacce via Facebook che andrebbero frenati, non i romanzi o le esposizioni d’arte. E se cresce il fronte di chi si sente minacciato da idee, usi e costumi dell’“altro”, che vede come pericolosi per la sua stessa sopravvivenza, si spiega anche il successo dei movimenti populisti e la rinascita di quelli di stampo fascista che a loro volta contribuiscono ad aggiungere benzina sul fuoco delle paure dell’Occidente. 
All’indomani dell’attacco terroristico “di matrice islamica” alle Torri gemelle, La Rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci, duro atto di accusa sulla decadenza della civiltà occidentale incapace di difendersi dal “nemico in casa”, ha scatenato una lunga polemica che ha probabilmente influito sulla mancata pubblicazione del saggio in alcuni dei Paesi in cui i libri dell’autrice erano normalmente tradotti. Ma se ogni dibattito anche acceso e furioso è sacrosanto, non si può dire lo stesso del tentativo di cancellare una tesi che non si condivide. Non esiste una buona “censura”, sia essa rivolta “contro l’arte degenarata”, come nel caso dei falò di libri nel Terzo Reich, o “a favore delle minoranze” come oggi. Il rischio che la minoranza finisca per diventare una “maggioranza dispotica” (secondo la definizione di Tocqueville) è molto alto e a volte c’è più intolleranza nel gesto del divieto, che vale nei confronti di tutti, che in quello di chi scrive che si rivolge comunque solo al pubblico consapevolmente interessato a leggerlo. Quindi nessun divieto alla pubblicazione del Mein Kampf hitleriano? Non credo che qualcuno pensi seriamente che un bando possa impedirne davvero la diffusione o frenare il risorgere di associazioni che si rifanno al nazismo. Sarebbe assai più utile obbligare alla pubblicazione del testo con un apparato di note che spieghino il delirio dell’imbianchino austriaco.
Christopher Hitchens derideva la tendenza censoria a stelle e strisce: “Il gruppo sovrappeso della fazione lesbica dei transessuali cherokee disabili chiede di essere ascoltato sui propri bisogni. Ma mai abbastanza. Da modo di essere radicali diventò in breve tempo un modo di essere reazionari”. Ma una satira parla soprattutto a chi già la pensa in modo diverso dal soggetto preso di mira. E anziché assuefarsi al nuovo corso o fare spallucce pensando ci siano questioni più importanti, varrebbe la pena di alzare il livello della discussione e controbattere seriamente alle iniziative più dannose. Non possiamo ridurci a definire un uomo disonesto “moralmente disorientato”, un ragazzo pigro “carente di motivazioni” e una persona brutta “cosmeticamente differente”. Per riprendere un paradosso efficace, non possiamo nemmeno trasformare uno sport come il tennis in un gioco corretto perché questo comporterebbe probabilmente l’abolizione della sua parte più elitista, la rete. E la soluzione al problema della “correttezza” non sta quasi mai nell’eliminare le differenze.


OMICIDI IN PUNTA DI PENNA

(DA PRETEXT)

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La giovane Nola della Verità sul caso Harry Quebert è scomparsa misteriosamente trent’anni fa ma il suo cadavere è appena stato ritrovato nel giardino di casa dell'amante insieme al manoscritto di un romanzo diventato nel frattempo un libro acclamato da critica e pubblico. Il protagonista di uno dei casi editoriali di narrativa di maggior successo degli ultimi anni è un giovane scrittore americano che racconta il tentativo di scagionare un «collega», suo mentore di lettere e vita, dall'accusa di aver ucciso una ragazza minorenne di cui si è invaghito
Il romanzo dello svizzero francese Joel Dicker (a breve anche un film di Ron Howard) ha richiamato ad alcuni la celebre storia di Lolita di Vladimir Nabokov e ad altri paralleli con la serie televisiva di culto Twin Peaks. Ma qualche singolare analogia si può riscontrare anche nella vicenda reale dello scrittore olandese Richard Klinkhamer, morto all'inizio del 2016 e noto, più che per i suoi libri, per aver assassinato la moglie Johanna, ritrovata un anno dopo la denuncia della sua scomparsa nel giardino di casa della coppia. Un ritrovamento reso possibile dai sospetti sorti su Klinkhamer dopo il rifiuto dell'ultimo manoscritto dell'autore da parte del suo editore, motivato in parte proprio da macabri riferimenti a un caso di uxoricidio.
Al di là dei possibili paralleli tra il caso letterario e quello di cronaca non è difficile rintracciare un inquietante rapporto tra scrittura e omicidio che ha origini lontane nel tempo e un suo illuminante testo letterario «di riferimento»: L’assassinio come una delle belle arti di Thomas De Quincey in cui l’autore immagina di arrivare fortunosamente in possesso del verbale di riunione di una sedicente associazione d'intenditori d'assassini per l'incoraggiamento del delitto, «che si professano curiosi in materia di omicidi, amatori e dilettanti nei vari tipi di carneficina; e in breve appassionati di assassinii». Alla rivelazione di ogni nuova atrocità del genere i membri del club si riuniscono e commentano il delitto «come farebbero con un quadro, una statua o un'altra opera d'arte». E il delitto diventa esemplare quando il suo autore è anche un raffinato uomo di lettere, capace dì scrivere della morte sulla pagina, e di togliere la vita nella realtà, con uguale eleganza.
Ma, lasciando al «gioco letterario» l'idea dell’omicidio come forma d'arte, e tornando indietro nel tempo è facile verificare come non manchino gli esempi di scrittori macchiatisi di orrendi crimini al di fuori delle pagine delle opere che ci hanno lasciato. Basti pensare a Ben Jonson (finì un autore in duello), a Benvenuto Cellini (noto per la vita scellerata e la natura violenta) o a François Villon (accusato dell'uccisione di un prete).
Nell'Italia del Cinquecento diede buona prova di sé, come poeta e come teorico dell'agguato, Lorenzino de' Medici, detto il Lorenzaccio, imparentato con il Magnifico e un po' trascurato dalle antologie letterarie. Violento per carattere, il Lorenzaccio attentò con successo alla vita del cugino Duca Alessandro, accoltellandolo in pieno petto. Ne nacque un’apologia del tirannicidio, in cui Lorenzino difendeva il suo gesto, che è tutt'oggi considerata come un capolavoro di oratoria rinascimentale.
Nella Torino barocca, alla corte di Carlo Emanuele di Savoia, il poeta Gaspare Murtola tentò di lavare nel sangue il proprio astio nei confronti del più celebre Giambattista Marino, protetto di corte. Lo affrontò sulla pubblica via e solo per un soffio non lo mandò per sempre al Creatore.
Assai più celebre il caso della tormentata relazione tra Arthur Rimbaud e Paul Verlaine che terminò definitivamente quando nel 1873 quest'ultimo, ubriaco, sparò due colpi di pistola a Rimbaud, che ne uscì fortunatamente solo parzialmente ferito. Da quel giorno la folle deriva di Verlaine andò peggiorando, portando il «poeta maledetto» a tentare di strangolare la madre.
Ci sono poi due casi che riguardano dei sospetti assassini noti come maestri della detective story. Edgar Allan Poe, com’è noto, scrisse Il delitto di Marie Roget ispirandosi a un fatto di cronaca nera a New York: quello di una donna violentata, strangolata e gettata in un fiume, Mary Cecily Rogers che probabilmente l’autore aveva conosciuto e addirittura frequentato poco prima del delitto. Il racconto conteneva dei particolari che pochi potevano conoscere e proponeva una soluzione del mistero che si avvicinava incredibilmente a quella che fu trovata giudizialmente solo in seguito. «Ci sono poche persone, anche tra i pensatori più cauti» scrisse Poe nel 1842 sulla rivista che ospitava il suo racconto, «che non si sono fatti talvolta sorprendere da una vaga credenza nel soprannaturale, da coincidenze così incredibili che, prendendole come tali, non potevano essere elaborate dall’intelletto […]. Gli straordinari dettagli che sto per rendere pubblici costituiscono il nodo essenziale di una serie di coincidenze poco comprensibili».
Un altro campione del romanzo investigativo, il padre letterario di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle è stato accusato da un ricercatore alcuni anni fa infatti di aver avvelenato un amico, Fletcher Robinson, con il quale avrebbe scritto uno dei suoi più romanzi più fortunati: Il mastino di Baskerville. Il movente potrebbe essere rintracciato dunque nella volontà di nascondere la vera paternità dell’opera da parte di Conan Doyle o (forse anche) nel fatto che la vittima era il marito dell’amante dello scrittore.
Lontano dal Vecchio continente la ricerca potrebbe continuare. L'americano Dashiell Hammett, capofila della letteratura «hard boiled», è stato accusato del coinvolgimento in un torbido fatto di sangue avvenuto nei primi anni del secolo nel Maryland. Il celebre autore del Falcone maltese (interpretato sugli schermi da Humphrey Bogart) è stato dipinto dai suoi detrattori come un sicario prezzolato, pronto ad assassinare il sindacalista rosso Frank Little, con l'unico intento di arrotondare il magro stipendio passatogli dall'agenzia investigativa Pinkerton, presso la quale fu temporaneamente impiegato. La prova dell'omicidio - come nel migliore dei libri gialli - starebbe secondo i suoi accusatori in un libro dello stesso Hammett, dal titolo Raccolto rosso. Libro incentrato  appunto sulle dure lotte sindacali del primo Novecento americano e sugli squallidi affari di gangster feroci e individui senza scrupoli.
Nel settembre del 1951 lo scrittore eroinomane William Burroughs, amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac, posò un boccale di birra sulla testa della moglie, con l'intenzione di emulare le gesta dell'elvetico Guglielmo Tell. Prese la mira da alcuni metri e sbagliò. Solo di pochi centimetri. Sufficienti per conficcarle in fronte un proiettile della sua pistola automatica.
Un altro «caso eccellente» è quello del filosofo francese Louis Althusser, tra i massimi divulgatori della dottrina marxista in Europa e maestro di intellettuali come Michel Foucault, Jacques Derrida e Regis Debray. All'età di 62 anni, in una mattina del 1980, il professor Althusser si alzò dal letto e strangolò la moglie con il semplice ausilio del lembo di una tenda, attorcigliato intorno al collo di lei. Non è certo servito alla sua difesa ricordare che lo stesso omicida, per trent'anni professore al1'École Normale di Parigi, aveva sempre insistito nelle sue lezioni sull'impossibilità spinoziana di separare «psiche» e «soma».
Più contorto l’esempio del romanziere tedesco Hans Fallada, perseguitato dal regime nazista per la mancata adesione al Partito, tormentato dalla depressione e dipendente dalla morfina. Fece un patto suicida con l’amico Hans Dietrich ma Fallada uccise Dietrich, mentre l’amico assassinato fallì il bersaglio «condannandolo» alla vita.
Tra gli autori italiani con un drammatico passato di sangue c'è l'ex terrorista rosso, ora latitante in Brasile, Cesare Battisti, condannato in contumacia all'ergastolo per ben quattro casi di omicidio (in parte commessi insieme ad alcuni complici). In Francia dove è stato a lungo latitante si è dedicato alla scrittura di noir che hanno riscontrato un certo successo di vendite. Ben diversi i casi di Massimo Carlotto, accusato di omicidio, poi latitante e infine riconosciuto innocente dai tribunali italiani, e di Pietro Valpreda, l'anarchico forse più noto d'Italia, accusato di aver piazzato un ordigno esplosivo in piazza Fontana nel '69 e poi scagionato con tutti gli imbarazzi del caso.
Naturalmente non mancano esempi del caso inverso e cioè di killer divenuti scrittori in galera. Celebre, soprattutto dopo essere stato portata sullo schermo in un lungometraggio con Steve McQueen e Dustin Hoffman, la storia di Henri Charrière. Condannato nei primi anni Trenta a Parigi per un omicidio (da lui mai confessato), imprigionato nella colonia penale della Guyana francese, ed evaso e ripreso più volte, Charrière raccontò la sua vita e la traumatica esperienza del carcere in un libro fortunato: Papillon, dalla forma del tatuaggio che portava sul petto.
 Chiunque si sia interessato alle vicende biografiche di scrittori più o meno celebri sa in ogni caso che la propensione all'assassinio negli scrittori non supererà mai quella al suicidio. Basti pensare ad alcuni celebri autori giapponesi (da Mishima a Kawabata) o, per fare un solo esempio tra i molti possibili, a un grande della letteratura americana come Ernest Hemingway, che finì i suoi giorni sparandosi un colpo di fucile.
Si potrebbe ricordare che altre muse hanno “ispirato” l'omicidio oltre a quella letteraria. La musica nel caso di Antonio Salieri, accusato da un filone biografico in verità smentito da altri, di aver avvelenato l'antagonista Wolfgang Amadeus Mozart per invidia professionale. E 1'arte figurativa, nel caso del genio della pittura Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come il Caravaggio, vagabondo e violento per temperamento e omicida forse per necessità. Tornando all'universo dei libri, d'altro canto, non si può dimenticare la vicenda del pastore sassone Johann Goerg Tinius. Folle bibliomane vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento, il pastore Tinius, ammazzò a sangue freddo più di una volta, con 1'unico intento di procurarsi tomi rari e polverose raccolte assenti dalla sua collezione. Un volgare assassino insomma oltreché erudito eccezionale e apprezzato esegeta della Bibbia

Naturalmente per la stragrande maggioranza degli autori di fiction criminali, detective story o storie d'orrore del genere più vario, non c'è alcuna prova di sovrapposizione tra storie di carta e reali vicende criminose, nessun legame  provato tra arte e sangue. Il contrario insomma di quanto sosteneva De Quincey per cui pratica e teoria devono avanzare di pari passo perché «la gente comincia ad accorgersi che nella composizione di un bell'assassinio v'è qualcosa di più che di due sciocchi -1'uccisore e l'ucciso -, un coltello una borsa e un vicolo. Trama, signori, armonia scenica, luce, ombra, poesia, sentimento, sono ora giudicati indispensabili prove di questa specie».

IL CIBO FA LA STORIA


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Il successo della Food History: da Michael Pollan a Adam Gopnik, da Jared Diamond a Mark Kurlansky, da Piero Camporesi a Massimo Montanari

Nel 1667 Olanda e Gran Bretagna conclusero un lungo conflitto con il trattato di Breda che stabilì, tra l’altro, lo scambio tra l’isola di Run nell’Oceano Pacifico, ceduta agli olandesi, e l’isola di Manhattan che passò agli inglesi. Il baratto, visto col senno di poi, fu decisamente favorevole agli inglesi, o meglio ai discendenti dei coloni britannici, ma all'epoca ad aver fatto un affare sembrarono soprattutto i Paesi Bassi, che lasciavano New Amsterdam, poco promettente insediamento alle foci dello Hudson, con il più esotico e ricco atollo vulcanico indonesiano da cui proveniva il seme della noce moscata. Come potevano immaginare che quella zona  palustre sarebbe diventata la grande New York, città di riferimento dell’età contemporanea? La vicenda è stata raccontata nel dettaglio da Giles Milton nell'Isola della noce moscata, libro in cui l'autore ricostruisce sapientemente, tra avventure eroiche e bizzarre di esploratori e pirati, come nell'Europa tra Quattrocento e Seicento le spezie, rappresentarono una merce più preziosa dell'oro, determinando fondamentali scoperte geografiche e condizionando di fatto i destini del mondo.
Se ci è noto che la cioccolata, la bevanda degli dei, ha fatto la sua prima comparsa in Europa circa cinquecento anni fa nella forma di semi di cacao offerti dagli indigeni Maya a Cristoforo Colombo o che l’incendio del Boston Tea party è stato all’origine della guerra d’indipendenza americana, quanti conoscono l’influenza dello zafferano sulle sorti dell’uomo sul pianeta? Pochi, probabilmente, almeno prima della pubblicazione di libri come Lo zafferano di Pat Willard che rintraccia le origini di quella polvere magica che prima di raggiungere le nostre tavole è stata raccolta nell’antica Persia, è divenuta una spezia ricercata, ha allietato i bagni di Cleopatra e le cerimonie dei Romani, arricchito i banchetti medioevali e infine caratterizzato alcuni piatti tradizionali della cucina di mezzo mondo. Sono pochi anche coloro che avrebbero osato affermare che il merluzzo ha cambiato il corso della storia del mondo prima della pubblicazione del Merluzzo di Mark Kurlasnky dove si racconta l’autentica, quanto misconosciuta vicenda di un pur illustre protagonista delle nostre tavole, sotto la forma di baccalà o stoccafisso. Nell’era della gastronomia in cui siamo immersi, dove il mercato librario è letteralmente trasformato dal successo dei molti libri di ricette di chef più e meno noti come dal trionfo della food fiction, i libri di Milton, Willard e Kurlansky rientrano pienamente in un filone saggistico che conferma la “profezia” di Ludwig Feuerbach secondo cui “l’uomo è ciò che mangia” e che comprende la storia della patata di Larry Zuckermann ma anche saggi ben precedenti del filologo come Piero Camporesi, studioso della Scienza in cucina di Pellegrino Artusi e autore del Pane selvaggio o del Paese della fame, che hanno il pregio di raccontare con competenza e buona capacità narrativa una storia solo apparentemente laterale. Per condurci a scoprire, per esempio, che è stato probabilmente proprio inseguendo i banchi di merluzzo che i vichinghi e i baschi arrivarono alle coste nordamericane ben prima di Cristoforo Colombo.
Se è più naturale affermare che il computer, la radio o qualche altra scoperta o invenzione tecnologica hanno cambiato la storia dell’uomo, è assai meno scontato ricostruire come e perché spezie come la lavanda o sostanze come il sale abbiano influito sui grandi avvenimenti come sui cosiddetti cambiamenti di lunga durata, e cioè i costumi e le abitudini dei popoli. Ecco perché, accanto alla rispettabilissima storia dei grandi eventi, resta da scoprire un’inesauribile miniera di microstorie e di sorprendenti comparse e protagonisti minori che rappresentano un modo alternativo di rileggere il passato in modo piacevole e poco convenzionale. In passato – come ha scritto Carlo Ginzburg - si potevano accusare gli storici di voler conoscere soltanto le "gesta dei re". Oggi, certo, non è più così. Sempre più essi si volgono verso ciò che i loro predecessori avevano taciuto o semplicemente ignorato. Radicalizzando in fondo gli insegnamenti di una scuola storica che ha raggiunto vette importanti con il Montaillou di Emmanuel Le Roy Ladurie o con La domenica di Bouvines di Georges Duby e superando gli stessi dettami della cosiddetta storia della mentalità e della lunga durata inaugurata dai maestri francesi delle Annales. Il Formaggio e i vermi sono per esempio le parole del titolo di uno dei saggi più affascinanti di Ginzburg ma anche le forme, gli oggetti e gli odori dell’universo di Domenico Scandella, detto Menocchio attraverso cui l’autore ricostruisce la storia misconosciuta di un mugnaio nato a Montereale in Friuli, sposato con sette figli (e altri quattro morti), che il 28 settembre1583 fu denunciato al Sant’Uffizio per  aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo, e condannato al rogo in occasione del giubileo del 1600. 
Di Menocchio è parente in qualche modo Monsieur Pinagot. Nato nel 1798, in un minuscolo villaggio della Normandia, ai limiti della foresta, non si è mai allontanato da quei luoghi per l’intera sua esistenza. Per guadagnarsi da vivere, fabbricava zoccoli. Non sapeva né leggere né scrivere. Alla sua morte, nel 1876, è silenziosamente scivolato nell’oblio, finché lo storico Alain Corbin non ne ha trovato il nome negli archivi e ha cominciato un’inchiesta di grande interesse, Il mondo ritrovato di Louis François Pinagot, dove ha cercato di capire chi fosse e che cosa potesse pensare uno dei milioni di esseri umani che ci hanno preceduto nel corso della storia senza lasciare tracce. E per ricostruire l’universo e l’epoca del protagonista l’autore della Storia sociale degli odori indaga anzitutto il formaggio e i vermi appunto o meglio, in questo caso, il frumento e l’orzo coltivati oltre le foreste della Perche, qualche maialino da latte, il sidro consumato in compagnia di altri zoccolai alla fiera di Saint Martin, poche vacche e capre per il burro e il formaggio, il pane che durante la crisi d’inizio Ottocento è sostituito dai legumi, patate e latticini, perché la tavola di Pinagot e della sua famiglia riassume per molti aspetti la sua esistenza dimenticata.
La cosiddetta Food history privilegiando l’indagine economica, ambientale, antropologica e culturale rispetto a quella culinaria tradizionale, è un campo di studio in continua crescita grazie anche all’interdisciplinarietà che la caratterizza. Manca una definizione precisa, potremmo parlare forse di cibologia, ma come tradurre efficacemente neologismi come foodscape, il contesto, o paesaggio alimentare di un’epoca? Dall’Oxford Food Symposium del 1981 a oggi gli studi sul cibo hanno trovato un numero crescente di cultori nei campi più disparati, dalla sociologia alla filosofia, dalla scienza all’etica con corsi universitari, associazioni e istituzioni nate e sviluppatesi dal Nord America (il Master della Chatham University per esempio) all’Italia (l’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, animata dal fondatore di Slow Food Carlo Petrini e dove insegna anche Massimo Montanari, tra i fondatori della rivista “Food & History” e del Master in Storia e cultura dell’alimentazione della Facoltà di lettere di Bologna istituito in collaborazione con le Università di Tours, Barcellona e Bruxelles, e autore di opere come La fame e l’abbondanza.  
Tra i fautori dei Food Studies ci sono anche saggisti come Michael Pollan, autore del bestseller il Dilemma dell'onnivoro, dove analizza, un piatto dopo l’altro, il tipico pranzo americano mostrando cosa nascondono effettivamente le singole portate al di là delle etichette riportate su cibi e prodotti o Tom Standage, autore di una Storia commestibile dell’umanità che vede il cibo come una "forchetta" invisibile che ha costantemente pungolato il corso evolutivo della civiltà umana. 
Cosa c'entra per esempio la Rivoluzione francese con chef e ristoranti? Molto secondo il saggista americano Adam Gopnik perché dopo il 1789 a Parigi gran parte delle famiglie nobili erano fuggite da Parigi, quando non erano finite in carcere o sotto i ferri del boia, lasciando deserti gli hôtel particulier e senza lavoro la servitù e i raffinati cuochi domestici. Fu probabilmente proprio quando questi ultimi iniziarono a proporre al pubblico i loro servizi culinari che videro la luce i primi ristoranti "stellati". È solo una delle molte vicende che Gopnik ricostruisce col gusto del grande storico del costume e l'ironia del letterato raffinato nel suo saggio su cibo e cucina nel mondo, con la sfida tra cabernet californiano e bordeaux francese, la cucina giapponese, i fast food e molto altro.
Prendiamo il caso di un saggio che incrocia abilmente storia, biologia, archeologia, genetica e antropologia come Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond. Per Bill Gates «è la spiegazione più convincente del perché gli occidentali siano riusciti a conquistare il resto del mondo, e non viceversa» e ad apprezzare il premio Pulitzer non è stato isolato considerando il grande successo internazionale del libro. La ragione essenziale della storica "superiorità" sta secondo l'autore nella grande rivoluzione agricola dell'età neolitica e nell’allevamento degli animali, rese possibile in Eurasia da una serie favorevole di condizioni geografiche e climatiche che consentirono per la prima volta la produzione di cibo in alternativa a caccia e raccolta, cambiando la dieta dell'uomo e consentendo uno straordinario aumento della popolazione e uno sviluppo tecnologico senza uguali in altre parti del mondo. Nel suo racconto appare chiaro come la domesticazione della mandorla, dell'olivo o del melo, per fare qualche esempio, hanno conseguenze più importanti di quanto non sia mai stato considerato sui libri di storia. Tra le piante oggi coltivate, ma originariamente velenose, ci sono infatti anche i fagioli, i cocomeri, le patate, le melanzane e i cavoli: tutti casi in cui una qualche mutazione deve aver dato origine a qualche esemplare commestibile, che i primi agricoltori fecero germogliare e coltivarono in proprio.
Il cibo conta, insomma e una caso lampante è anche quello della conquista del Nuovo Mondo da parte degli Europei nel corso del Sedicesimo secolo dove hanno avuto un ruolo preponderante malattie portate da animali da allevamento che entravano a pieno titolo nel sistema alimentare occidentale. La maggioranza degli americani nativi morì infatti a causa dei microbi d'importazione che non in combattimento. E a importarli furono principalmente animali come buoi e maiali che gli spagnoli trasportarono massicciamente nei nuovi territori per replicare il loro modello economico e produttivo nonché le abitudini alimentari.
Ma l’alimentazione non spiega solo mutamenti millenari e svolte storiche planetarie. È anche uno strumento utilissimo per indagare per esempio la storia a noi più vicina e i suoi personaggi. La mezza pera offerta in altri tempi e con rigorosa naturalezza alla parca mensa del  presidente della Repubblica Luigi Einaudi o il patto della crostata, apparentemente destinato all’epoca a suggellare una tregua sulle riforme costituzionali tra D’Alema e Berlusconi, sono probabilmente, oggetti ed eventi destinati ad imprimersi nell’immaginario collettivo e nella stessa storia politica di un Paese assai più a lungo dei frequenti quanto spesso ‘impercettibili’ cambiamenti governativi che ne hanno cadenzato il lento trascorrere.
L’impressione è infatti che quello del costume politico sia spesso un modo di raccontare l’attualità e la storia recente del nostro Paese assai più penetrante e meno frivolo di quanto non si pensi. E tra i cultori di maggior successo di questo genere c’è senz’altro Filippo Ceccarelli, brillante notista e editorialista dei maggiori quotidiani, perfido osservatore di vizi e consuetudini del palazzo e dei suoi inquilini, siano essi i protagonisti più in vista della vita pubblica o gli scherani, i portaborse e le figure nell’ombra. Con sapienza e invidiabile memoria archivistica, senza mai eccedere nell’uso quasi automatico di metafore gastronomiche, l’autore ha ricostruito brillantemente nello Stomaco della Repubblica la storia del secondo dopoguerra, sbirciando nel piatto dei politici, illustrando gli usi culinari e conviviali dell’intero arco costituzionale, dall’insipida minestra servita ai membri della Consulta ai risotti dello chef preferito della sinistra, cucinati in diretta televisiva con l’abile regia di Bruno Vespa; il quale non a caso, nei suoi  numerosi bestseller pone sempre particolare attenzione alle mondanità culinarie della seconda Repubblica, ben sapendo che il menù di una serata al ristorante tra alleati di uno schieramento se non influisce direttamente sul risultato della stessa, resta comunque un ingrediente fondamentale di ogni abile ricetta narrativa e vale spesso di più del racconto di una strategica riunione nei palazzi del potere convocata appositamente per cambiare le sorti della nazione. Noi mortali abbiamo in fondo in comune con i potenti proprio il bisogno e il piacere di mangiare, e questo ce li avvicina e ci aiuta a capirli o detestarli esattamente come, per fare un altro esempio, l’esigenza e il desiderio del sesso, oggetto del precedente libro dello stesso Ceccarelli, Il letto e il potere, che è appunto una storia sessuale della Prima Repubblica. Inutile aggiungere che dai tortelli delle feste dell’Unità al caffè di Sindona, passando per il frigorifero di Bettino, cui solo il delfino Martelli pareva ammesso, lo stomaco della Repubblica sembra immancabilmente tutt’altro che sazio. E non solo di cibo, naturalmente.







I FALSI SOPRAVVISSUTI DELL'OLOCAUSTO



(DA IL LIBRAIO) 


L’incredibile vicenda di Enric Marco, protagonista politico della Spagna postfranchista, protagonista dell’affascinante nuovo romanzo di Javier Cercas, richiama alcuni casi di imposture editoriali di quello che si potrebbe riassumere, con qualche forzatura, come un drammatico “sottogenere” della letteratura dell’Olocausto ebraico, quello cioè delle false autobiografie. Marco si presentò nel dopoguerra come un sopravvissuto dello sterminio nazista con una testimonianza raccolta in Memorie dell’inferno del 1978 e rivelatasi solo più tardi frutto di una plateale menzogna. Ma il mercato editoriale ha registrato altri casi di confessioni d’invenzione spacciate per vere: è il caso di Frantumi in cui Benjamin Wilkomirski racconta la sua esperienza di bambino nei campi di sterminio tedeschi della seconda guerra mondiale: pubblicato nel 1995, fu subito accolto con favore della critica e tradotto in tutto il mondo. Peccato che la storia fosse stata più o meno coscientemente inventata dalla fervida immaginazione dell'autore.
Un caso diverso è stato quello del sopravvissuto dell'olocausto Herman Rosenblat, che Oprah Winfrey invitò al suo seguitissimo show televisivo. Presentò anzi in anteprima il memoir dell’ospite in via di pubblicazione, Angel at the Fence, come “la più grande storia d'amore" che avesse mai letto. Una citazione che avrebbe funzionato in modo straordinario nel lancio del libro se il libro non fosse stato bloccato, come avvenne, per le troppe licenze di finzione che l’autore si prese per rendere sensazionale il suo racconto: in particolare dove  narrava di aver conosciuto la futura moglie quando lei aveva iniziato a portargli segretamente del cibo attraverso il filo spinato che circondava il campo di concentramento dov'era detenuto. Su quei particolari erano costruiti la trama e il titolo del libro stesso: quando alcuni studiosi fecero notare che l'episodio raccontato non avrebbe potuto aver luogo a Buchenwald, come si pretendeva, Rosenblat fu costretto ad ammettere il falso e l’editore americano decise di cancellare l’uscita del volume.
Clamoroso, alla fine degli anni Novanta, è stato anche il bluff di Misha Defonseca, autrice di Sopravvivere con i lupi, presentato come la storia vera di una bambina sopravvissuta alla Shoah risultò in seguito anch’esso inventato: Misha portava in realtà un altro nome, Monique, non era una bambina ebrea e non aveva mai attraversato a piedi le foreste dell'Europa orientale durante la guerra, accompagnata e protetta da una muta di lupi, alla ricerca dei genitori deportati nei lager nazisti. Un’invenzione che non ha impedito al libro di essere tradotto in una quindicina di lingue, di vendere milioni di copie nel mondo e di generare un film di un certo successo.

Gli esempi editoriali di una simile rassegna sul tema insomma non mancano: basti ricordare ancora il celebre Uccello dipinto di Jerzy Kozinski: quanto c’è di vero nello spunto autobiografico della travagliata esistenza di un bambino ebreo polacco nell’Europa del dopoguerra divenuto in seguito autore di fama internazionale? Le polemiche e il criterio della nuda verità dei fatti non sembrano in ogni caso aver impedito a quel testo di rimanere una lettura simbolo di un’epoca tragica della nostra storia.

L'EDITORE COME PERSONAGGIO DA ROMANZO





(DA PRETEXT)

L’editor è quella strana figura professionale che non scrive libri (ci pensano gli autori), non li stampa (c’è il tipografo), non li vende (è compito del libraio), e non li distribuisce nemmeno. Il suo compito si limita più o meno a tutto il resto (copyright di Valentino Bompiani): va a caccia di autori, seleziona un testo da pubblicare, ne propone le modifiche necessarie e accompagna ogni fase della successiva gravidanza letteraria fino all’approdo  del libro sul mercato. Per qualcuno gli editor sono scrittori mancati ma è una definizione in fondo banale e un po’ troppo simile a quella usata per i giornalisti e poi bisognerebbe almeno ricordare il caso di editor-scrittori di successo come Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Luciano Bianciardi che smentisce con una certa efficacia il trito luogo comune.
La verità è che sono semplicemente due mestieri diversi; più interessante notare come l’editor sia stato al di là del suo volere anche un ottimo personaggio da romanzo, forse grazie alle numerose invidie (non del tutto giustificate) che i gatekeepers del mondo dei libri tendono ad attirarsi, forse per il fascino (tutto presunto) del mondo letterario in cui vivono e sicuramente per l’ambigua natura del ruolo che ricoprono: mediatori, quali sono, tra la creatività artistica dell’autore e le regole del mercato che ogni sana impresa dovrebbe tentare di mettere in pratica. La comparsa dell’editor sulla pagina scritta, come protagonista o comprimario romanzesco, avviene in realtà relativamente tardi. E il motivo è molto semplice: la figura in questione è un’invenzione che risale agli inizi del Novecento e riguarda inizialmente soprattutto i Paesi anglosassoni; i primi editor tra l’altro si sono affermati nei giornali (questo in parte spiega la comune definizione spregiativa di cui si diceva inizialmente) dove c’era la necessità di correggere gli articoli per metterli in pagina ma anche di capire quali pezzi pubblicare per andare incontro nel modo migliore ai gusti dei lettori. Si dice che l’editor di maggior successo della storia sia stato Mosè con le tavole della legge (Dio l’“autore”) ma, al di là delle battute, prima del secolo scorso il campo era occupato più che altro da stampatori più o meno illuminati o piccoli e grandi tipografi, da Manuzio a Bodoni, e l’autore aveva a che fare direttamente con loro o, più tardi, con chi conduceva la casa editrice, l’imprenditore. L’editor, si diceva, resta in ogni caso un personaggio ambiguo: lavora per l’editore, ma contemporaneamente per i suoi autori di cui diventa spesso sodale (chi lo impiega lo stima e lo teme allo stesso tempo) e deve intercettare per tempo tendenze e gusti dei lettori anche quando questi vanno in direzioni che non corrispondono al suo gusto personale. La storia è ricca di editori che hanno avuto tra l’altro un “fiuto eccessivo” anticipando buone idee e tendenze che avrebbero potuto essere apprezzate solo più tardi: Siddharta di Herman Hesse, quando fu pubblicato nel 1922 non ebbe la circolazione che avrebbe conosciuto in seguito. I Malavoglia di Giovanni Verga fu un fiasco alla prima apparizione ma divenne poi un classico. Stessa sorte per Moby Dick di Herman Melville, che portò all’autore solo un successo postumo.
I primi esemplari personaggi da romanzo sono dunque gli editor in carne e ossa, entrati nella piccola mitologia della miglior letteratura: da Maxwell Perkins, editor di Francis Scott Fitzgerald per Scribner (non fosse stato per lui Il grande Gatsby porterebbe un altro titolo, Trimalchioo in West Egg) a Saxe Commins di Random House per alcune opere di Ernest Hemingway, da William Shawn del New Yorker per J. D. Salinger a Robert Gottlieb per John le Carré e Toni Morrison, da Diana Athill per V. S. Naipaul e Norman Mailer a Ezra Pound per La Terra desolata di Thomas Stearns Eliot (per non parlare del ruolo di Gordon Lish per Raymond Carver e di Tay Hohoff nella “ricostruzione” di un grande bestseller internazionale come Il buio oltre la siepe di Harper Lee, emersa con particolare evidenza con la pubblicazione dell’inedito Go Set a Watchman, che porta del resto lo stesso titolo con cui l’autrice americana aveva presentato il manoscritto originario del suo capolavoro).
Per arrivare, più recentemente, a Jonathan Galassi di Farrar, Straus and Giroux, editore di Jonathan Franzen, che ha raccontato mirabilmente una fase di passaggio dell’età dell’oro dell’editoria nordamericana in un romanzo di recente pubblicazione. Il protagonista è Paul Dukach, editor della Purcell & Stern, nome fittizio di una delle poche case editrici indipendenti di New York, per il giovane una grande scuola di mestiere e di sopravvivenza tra grandi gruppi editoriali, agenti famelici e competitor pronti a tutto per accaparrarsi l’autore di grido e il nuovo potenziale bestseller. Tra autori permalosi, caotiche fiere del libro in Europa e un duro quanto diplomatico lavoro sui manoscritti, Paul non dimentica di coltivare la sua passione per la poesia e in particolare per la poetessa Ida Perkins, che segnerà la sua vita. Paul sembra destinato a succedere al vecchio Homer Stern, lupo di mare dell’editoria ma è in qualche modo attratto anche dalla figura dell’anziano editore concorrente, Sterling Wainwright della Impetus Editions, vera e propria autorità culturale e paladino della Letteratura di qualità, simbolo di un mondo dei libri che pare destinato al tramonto. Tra Homer e Sterling corre inevitabilmente una grande rivalità, e non solo perché i due incarnano modi e visioni opposti, ma perché da sempre si contendono entrambi proprio Ida Perkins, la stessa affascinante poetessa che Paul fa di tutto per pubblicare. Quando il protagonista riuscirà finalmente a incontrare La Musa (questo il titolo del libro) a Venezia, verrà a conoscenza di una verità che potrebbe travolgere molte certezze. Chi si nasconde dietro ai personaggi in questione? Quanta di questa storia si nutre dell’autobiografia stessa dell’autore, classe 1949, presidente della prestigiosa Farrar, Straus and Giroux e scopritore di Jeffrey Eugenides, Jamaica Kincaid, Scott Turow o Michael Cunningham, nonché poeta egli stesso e traduttore in inglese di Montale e Leopardi? Quanto basta per calare perfettamente il lettore nella magica atmosfera di un mondo in definitiva trasformazione e fargli vivere sulla pelle la trama e le emozioni di una storia letteraria e di una passione professionale di grande fascino.
A margine della pubblicazione del libro, Galassi si è soffermato sulle storture di una produzione editoriale che tende oggi a sostituire i gusti personali dell’editor con le virtù delle funzioni algoritmiche di Amazon ed è difficile dargli torto. Cercando in Rete potrete imbattervi in un autore di 200.000 libri. Si chiama Philip Parker è docente di Management Science nonché inventore di un algoritmo che consente l’aggregazione di testi con un certo minimo comun denominatore. I suoi non sono veri e propri libri ma raccolte di dati e testi su un determinato argomento, dei compendi che utilizzano materiali liberi da copyright e rintracciabili in prevalenza sulla Rete La storia raccontata da Galassi richiama alla mente un libro pubblicato qualche anno fa. Martin Bauman, oltre che il protagonista dell’omonimo libro di David Leavitt, è l’alias dietro cui si cela l’autore stesso. Quest’ultimo, nato a Pittsburgh e cresciuto a Palo Alto in California si trasferisce sull’East Coast, si laurea in letteratura alla Yale University, inizia a lavorare per la celebre casa editrice Viking di New York e si afferma nel 1984, a soli ventitré anni, con Ballo di famiglia, ormai divenuto un classico della fiction contemporanea. Quanto al primo, Martin Bauman, all’inizio degli anni Ottanta, non ancora ventenne, viene ammesso in un prestigioso college americano per seguire i corsi del leggendario editor Stanley Flint, l’uomo capace di troncare il sogno di un aspirante scrittore ma anche di accompagnarlo nell’empireo del successo. E si trasforma ben presto in protagonista del fervente mondo letterario newyorkese. Come si vede, le vite dei due, più che procedere parallele, finiscono in realtà per incrociarsi assai spesso e non solo nella descrizione della brillante carriera di scrittori di entrambi, ma anche nel contrasto tra questa corsa ambiziosa al successo pubblico e la fragile vita privata dei due, dove Martin Leavitt e David Bauman (o viceversa) si confrontano con l’ombra del padre, professore alla Stanford Business School, in un caso, e con quella del padre letterario Stanley Flint, nel secondo: in ogni modo uno scomodo ideale di perfezione con cui occorre fare i conti per affermare la propria identità. Soprattutto se alle crisi sentimentali si somma la difficile affermazione dell’omosessualità del protagonista.
Ancora più reale è il personaggio principale de L’editore, lavoro molto precedente di Nanni Balestrini, dove un giovane regista, un professore universitario, un libraio e una giornalista si ritrovano per studiare come mettere in scena la straordinaria e breve parabola di Giangiacomo Feltrinelli  sullo sfondo delle lotte sociali degli anni Settanta, tra ideali rivoluzionari e reali deviazioni antidemocratiche degli apparati dello Stato. Chi ha lavorato in Feltrinelli negli anni Cinquanta traendone ispirazione per i suoi libri è, com’è noto, Luciano Bianciardi che, ne Il lavoro culturale, narra l’ironica storia di un intellettuale di provincia, convinto delle virtù dell’impegno culturale e del sapere nell’ottica di una responsabilità civile e politica destinata a incidere sulla realtà. È il ritratto di un’intera generazione di intellettuali di sinistra, ma anche delle loro illusioni: il trasferimento a Milano dalla Toscana, vissuto inizialmente come possibilità di reagire alle sue frustrazioni, si rivela per i  protagonista un fallimento. La vita nella metropoli e il ruolo culturale tanto ricercato finiscono per deluderlo e il discorso intellettuale iniziato con la Resistenza appare definitivamente tramontato.
Un maestro di libri sui libri e meta romanzi è sicuramente il francese Daniel Pennac. Nel suo La prosivendola racconta il lancio di un anonimo autore di bestseller internazionali sul mondo della finanza da parte di regina Zabo, direttrice della casa editrice Taglione che decide di reclutare un sostituto che faccia le pubbliche veci dello scrittore mascherato. Il sostituto ovviamente è Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio, che fi nirà vittima di un attentato finendo in ospedale in stato comatoso. Prima della brutta fine lo stesso Malaussène si distingue a un certo punto nelle funzioni di editor delle edizioni del Taglione quando, quasi per ribaltare il suo senso di colpa e liberarsi di un aspirante autore, gli rifila un suo presunto manoscritto già rifiutato da numerosi altri editori chiedendogli un parere. Si tratta in realtà di uno dei tanti manoscritti arrivati e mai restituiti. Una trama per certi versi assai simile si ritrova nell’esilarante La grande caccia dove l’umorista inglese Tom Sharpe racconta le attività spregiudicate di un’agenzia letteraria londinese, la Frensic and Futtle, che riceve da uno studio legale un manoscritto di un romanzo ad alto tasso erotico: protagonista un’anziana ottantenne e un giovane diciassettenne. Unica condizione posta dall’autore per la pubblicazione è l’anonimato. Gli agenti riescono a venderlo per due milioni di dollari a un popolare editore americano che pone però a sua volta la condizione dell’impegno personale dell’autore a promuovere il libro sui media e in un lungo tour per il Paese. Gli agenti hanno la brillante quanto strampalata idea di utilizzare come controfigura un autore desideroso di esordire nel mondo delle lettere. Il problema sorge però quando una copia del dattiloscritto arriva effettivamente dall’editore al prestanome che non era propriamente a conoscenza del contenuto del libro… L’agente riuscirà a convincerlo a partire per il tour letterario ma la commedia degli equivoci, come si potrà immaginare, è appena iniziata.
Per restare sul versante parodistico si può ricordare il personaggio di Otis, un piccolo editore inglese con un certo talento, quasi una passione, per andarsi a cacciare in situazioni difficili. In questo caso il guaio è direttamente proporzionale al nome (perfettamente onomatopeico), alla posizione sociale e all’irascibilità di uno dei suoi autori: l’altezzoso sir Bostock. In un momento di disattenzione (nella quale può capitare di leggere una sorta di inconscia volontarietà) ha infatti inserito, nelle memorie del nobile britannico, alcune riproduzioni di adorabili fanciulle, che hanno il solo difetto di presentarsi in modo piuttosto discinto. È a questo punto che entra in azione il protagonista di uno dei più ironici e riusciti romanzi di Pelham Grenville Wodehouse: Zio Dinamite, un ricco e distinto signore dalla flemma apparente che porta degli eleganti baffi grigi e tradisce lo sguardo di un profondo conoscitore della vita, un uomo sempre capace di decidere la cosa giusta al momento giusto. Ecco perché sua nipote Sally chiede aiuto proprio a lui per togliere dai pasticci suo fratello Otis, che rischia la bancarotta per un libro. Zio Fred deve dunque precipitarsi al castello di Ashenden e ricorrere a tutta la sua abilità e la sua faccia tosta per salvare il nipote e dare inizio a una serie di dialoghi e situazioni paradossali in cui l’autore conferma la sua migliore vena surreale.
 Siamo nel magico mondo di Wodehouse che con questo titolo (che ricorda nella parte della parodia del mondo editoriale un altro libro dello stesso autore sulle esilaranti Gesta di Psmith, giornalista deciso a trasformare la testata Dolci Momenti in una rivista d’assalto e di ruvida denuncia sociale), come con il ciclo di Mulliner, o con quelli di Jeeves e di Blandings, rappresenta la perfetta incarnazione della migliore tradizione dello humour britannico e di quel particolare grado di clima isolano e umidità dell’aria che l’hanno prodotto e fatto prosperare. Uno dei romanzi che meglio ha riassunto in toni sarcastici ma in fondo piuttosto “fedeli” il mondo dei libri è sicuramente Felicità® di Will Ferguson. Il protagonista è Edwin de Valu, giovane editor di una casa editrice di Manhattan, in forze al settore manualistica e self help. La sua sfida quotidiana sta nel tentare di abbassare le infinite pile di manoscritti che arrivano spontaneamente in casa editrice da ogni dove cercando un modo, il più possibile cortese, per esprimere al mittente un fermo rifiuto alla pubblicazione. È proprio navigando nel mucchio di testi più o meno improbabili (o che lui reputa tali) che un giorno s’imbatte in un poderoso dattiloscritto di un migliaio di pagine, dal titolo non particolarmente promettente: Cosa ho imparato sulla montagna. Scoraggiato dalla mole e dalla “voce” dell’autore, Edwin cestina il libro e scrive una sbrigativa lettera di rifiuto. Pochi minuti dopo in riunione scopre di dover trovare a breve un libro capace di risollevare i conti di una stagione editoriale a rischio e il bestseller desiderato diventerà naturalmente proprio quel cumulo di pagine di scarso interesse che ha appena rifiutato. Dopo una serie di vicissitudini che ben descrivono i lati più deleteri del grande mondo dell’editoria, il voluminoso manoscritto diventa “il grande libro della felicità”, il talismano per tutte le stagioni, capace di assicurare ai lettori la soluzione di ogni problema esistenziale, il superamento di ogni dipendenza dai vizi più dannosi alla salute ma anche l’assicurazione di una scorciatoia per guadagnare denaro facile e, perché no?, di dimagrire e migliorare le propria vita sessuale.
Il buzz impazza a New York e da lì all’America intera: grazie al passaparola il libro diventa, contrariamente a ogni possibile controindicazione originaria, il magico megaseller in grado di dare una svolta ai destini della casa editrice. E non solo, perché, oltre a vendere milioni di copie, l’impossibile ricetta di vita funziona talmente bene da rendere davvero il pianeta un posto più felice per tutti con il conseguente crollo della fiorente industria dei farmaci e delle tossicodipendenze, dell’alcol e delle palestre. Una parodia perfetta del confezionamento a tavolino di alcuni libri di successo, ma anche della “sacra regola dell’imprevedibilità del bestseller” che ogni editor dovrebbe ripetere come mantra quotidiano se è vero che nel 1995 almeno nove case editrici del Regno Unito, tra cui Transworld e HarperCollins, rifiutarono Harry Potter e la pietra filosofale perché troppo lungo e un po’ vecchio stile. Quanto hanno rimpianto il momento del rifiuto assistendo al successo della serie firmata da J. K. Rowling (soprattutto dopo l’adattamento cinematografi co)? Ma non è il solo rischio del mestiere: la beffa è sempre dietro l’angolo.
Nel 2007 un aspirante scrittore inglese ha tirato un brutto scherzo all’establishment dell’editoria britannica. Ha mandato a diciotto case editrici i capitoli di tre celebri opere di Jane Austen presentandoli come scritti dalla sedicente A. (Alison) Laydee (Austen si firmava con lo pseudonimo «A Lady»). Un solo editor se n’è accorto accusandolo di plagio. Gli altri hanno risposto con lettere di rifi uto di routine, qualcuno persino con un incoraggiamento a continuare sulla strada intrapresa. Henry James definiva quello dell’editor un «lavoro da macellaio», David Herbert Lawrence se la prendeva con quelli che «cercavano di modellargli il naso con una forbice». John Updike diceva che farsi editare è come «andare dal barbiere », aggiungendo però: «Odio tagliarmi i capelli». Ma è un po’ come il dentista. Diffi cile evitarlo.
Come ha scritto Stephen King in un suo testo autobiografico sul tema (On Writing), «quando scrivi un libro passi l’intera giornata a descrivere gli alberi. E quando hai finito devi fare un passo indietro e guardare alla foresta nel suo complesso». È chiaro che, a volte, non bastano gli occhi della stessa persona per fare entrambe le cose. Anche per questo occorre una figura specializzata che abbia lo sguardo sul particolare (frasi, sintassi, consecutio temporis) e sull’intero (rileggendo un romanzo da cima a fondo). Ma non solo naturalmente: per Max Porter, della rivista letteraria inglese Granta, «un editor moderno è in parte un correttore di bozze, in parte uno psicologo, e in parte un uomo di marketing. Un artigiano che lavora come un ceramista con cesello e spinte gentili». E nell’era delle grandi concentrazioni editoriali, o di quella delle nuove grandi agenzie letterarie, nonché degli autori sedotti dal selfpublishing e dal web, ma abbandonati sempre più spesso a se stessi, è difficile pensare che il mondo dei libri possa fare a meno di una simile figura professionale. Nella realtà o almeno nelle pagine dei romanzi.


NARRATE LA VOSTRA STORIA



(DA PRETEXT)

“Ciascuno dovrebbe tenere il diario di qualcun altro” diceva Oscar Wilde. Anziché il proprio, avrebbe potuto aggiungere, perché nella maggior parte dei casi scrivere di se stessi con distacco e rendere la propria vita interessante e “leggibile” agli occhi del prossimo non sembra essere un mestiere per tutti. Eppure il genere biografico è sempre stato frequentato in entrambe le versioni: da un lato il racconto di se stessi o di un’esperienza vissuta sulla propria pelle (come nell’Anabasi di Senofonte per tornare molto indietro nel tempo con un esempio illustre) e dall’altro il ritratto di figure più o meno celebri redatto da uno scrittore terzo (anche qui non mancano celebri archetipi, dalla storia di Gesù nel Vangelo in avanti). Tra le due opzioni, il mercato dei libri ha operato nel tempo una selezione naturale: il genere di maggior successo è risultato innegabilmente l’autobiografia “di parte”, ben più della ricostruzione della vita di Tizio, scritta da Caio ad uso di Sempronio. Per intenderci, con un caso recente, tra il memoir Io sono Malala (edito da Garzanti), e firmato dalla protagonista pakistana Yousazfai, e Storia di Malala (Mondadori) ad opera di Viviana Mazza, il campione d’incassi è stato il primo: il pubblico sembra cioè preferire la voce calda e diretta del protagonista alla pur più attendibile - si presume - ricostruzione ad opera di terzi.
Va  aggiunto però che, soprattutto nel caso dei cosiddetti celebrity book, la storia è sì di chi sigla il libro e narra in prima persona ma chi scrive materialmente la storia è spesso un ghostwriter  di professione, a volte anonimo, altre dichiarato e in ogni caso per lo più scelto e remunerato dalla casa editrice. Prendiamo il caso di Open di Andre Agassi, scritto dichiaratamente dal famoso tennista col contributo sostanziale del premio Pulitzer americano J.R. Moehringer, che ha registrato nel giro di un paio d’anni un successo andato ben al di là delle più rosee previsioni (soprattutto di quelle basate sul pubblico dei fan del tennista, da tempo peraltro "fuori dai giochi" del grande Slam). Il record di vendite, in questo caso, è stato senz’altro frutto del passaparola innescato da una promozione speciale, quella dei tweet di “sponsor” d’eccezione come Lorenzo Jovanotti, Valentino Rossi e Daria Bignardi, ma anche dell’intensità emotiva della storia e della sua qualità narrativa (della scrittura di Moehringer insomma), che ha portato allo “sdoganamento” di un libro - altrimenti incasellabile automaticamente nella categoria “varia" e nel sottogenere spesso meno promettente della “biografia sportiva"- da parte di due recensori come Alessandro Baricco e Alessandro Piperno, che ne hanno scritto rispettivamente su “la Repubblica” e il “Corriere della Sera”.
Ma cosa attira tanto il lettore sembra essere la confessione intima, lo scavo interiore dell'autore, che nel genere narrativo in questione si è affermato storicamente a partire dalle Confessioni di Sant'Agostino, per poi trovare nuovi esempi nella Storia delle mie disgrazie di Abelardo, nei Ricordi di Guicciardini, negli scritti di Benvenuto Cellini, nelle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, nelle Memorie dell’oltretomba di François-René de Chateaubriand, nei diari di Samuel Pepys o di Giacomo Casanova, e ancora in Stendhal (Vita di Henri Brulard), Henry David Thoreau (Walden), Oscar Wilde (De Profundis), George Orwell (Omaggio alla Catalogna), T. E. Lawrence (I sette pilastri della saggezza), Ernest Hemingway (Festa mobile), Vladimir Nabokov (Parla, ricordo), Varlam Šalamov (I racconti di Kolyma) e naturalmente in moltissimi altri. Fino alla variante delle “autobiografie disegnate”, o “graphic novel” di Art Spiegelman (Maus) e Marjane Satrapi (Persepolis
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Come definire invece classici come le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar? Siamo sicuramente di fronte a un romanzo, è vero, ma di un romanzo che racconta l'imperatore romano in chiave autobiografica forse meglio di ogni saggio scritto sul personaggio. La verità è che la linea di separazione tra la biografia e la fiction a volte è piuttosto ambigua. Anche volutamente. A sangue freddo di Truman Capote, capostipite del New Journalism, può essere considerato tanto il profilo biografico di un condannato a morte in forma narrativa quanto un romanzo scritto con la precisione e la documentazione di una biografia. Perché la formula della “storia vera scritta come un romanzo” è sicuramente quella che funziona di più in termini statistici (da Gomorra di Roberto Saviano al Cacciatore di aquiloni di Kahled Hosseini). La storia autobiografica di Nicolai Lilin, autore di Educazione Siberiana molto probabilmente non avrebbe avuto sul pubblico lo stesso impatto se fosse stata presentata semplicemente come un’opera di fiction, perché il lettore è spesso attratto da storie autenticamente vissute e gli editori lo sanno (una regola che può essere tranquillamente ripetuta per il cinema).
Basterebbe pensare all'interesse per i falsi diari di Hitler e Mussolini, costruiti a tavolino e spacciati per veri (con annessi e ripetuti scandali) o a casi come quello del bestseller Tre tazze di tè (Rizzoli) del campione della cooperazione in Pakistan Greg Mortenson, che un'inchiesta della CBS ha rivelato aver raccontato qualche storia di troppo, scoprendo che delle scuole che l’autore sosteneva di aver costruito solo poche erano in funzione e addirittura qualcuna non esisteva del tutto. A giudicare dalla fortuna del libro, la verità non paga.
Ed è in effetti quanto accade anche nel caso delle cosiddette biografie non autorizzate, scritte da autori professionisti che promettono inedite rivelazioni e verità nascoste: se si esclude il caso di qualche “controstoria politica” - come quelle su Silvio Berlusconi che sono state per numero quasi una categoria editoriale a parte -, le “odiografie” dei personaggi celebri (del mondo dello sport e dello spettacolo, ecc.) registrano quasi sempre minor interesse del pubblico rispetto alle “autofiction” firmate dai protagonisti stessi e in genere più inevitabilmente più indulgenti verso se stessi e meno “interessate” alla ricostruzione obiettiva. Non è un caso quindi che nel tempo abbiano perso forza anche le biografie storiche di uomini e donne del passato che pure hanno nutrito a lungo un genere letterario di grande tradizione, iniziato anticamente con testi come Le vite parallele di Plutarco o le Vite dei Cesari di Svetonio, proseguito in epoca medioevale con le agiografie (vite e miracoli di santi e martiri), poi con le Vite degli artisti del Vasari o degli Eminenti vittoriani di Lytton Strachey, per arrivare ai ritratti romanzati di Stefan Zweig e al rigore d'analisi e ricerca di opere come il Federico II imperatore di Ernst Kantorowicz (Garzanti) o il monumentale Hitler di Ian Kershaw (Bompiani). Quasi ogni casa editrice aveva un tempo una collana dedicate ai profili di tiranni, regine, generali, monaci e affaristi, più o meno amati o controversi: è stato il caso dell'ormai scomparsa Dall'Oglio, di Garzanti o della serie delle Scie di Mondadori. Ma, se l'offerta nel tempo si è fatta sterminata, la domanda è invece drammaticamente diminuita (con straordinarie eccezioni recenti come la biografia autorizzata di Steve Jobs di Walter Isaacson), senza dubbio grazie alla complicità della velocità e gratuità di consultazione del web e di sue alcune fondamentali risorse del sapere enciclopedico come Wikipedia. Tentativi di rilancio in questi anni non sono mancati: Castelvecchi, per esempio, ha lanciato una prolifica nuova collana di classici “Ritratti”, dal Marco Aurelio di Ernest Renan a Madame de Pompadour dei fratelli Goncourt mentre le edizioni del becco Giallo hanno alimentato una serie di biografie a fumetti che racconta personaggi come Don Milani, Fabrizio De André e Mauro Rostagno; ma la formula non ha certo più lo stesso seguito d’un tempo. Se in passato si potevano accusare gli storici di mestiere di voler conoscere soltanto le "gesta dei re" (nel segno del “culto degli eroi” secondo la teoria ottocentesca “del grande uomo” di Thomas Carlyle), oggi il problema potrebbe risultare l’inverso: grande attenzione ai mutamenti di lunga durata (climatici per esempio), alla storia globale del pianeta e dei suoi popoli più che ai singoli ed effimeri protagonisti delle vicende delle “solite” lande d’Europa. Così che, accanto alle biografie tradizionali dei personaggi più noti, del passato recente o dell’attualità, si sono affacciati sempre più spesso, nel panorama della ricerca e sul mercato dei libri, anche le vite di uomini e donne ai più sconosciuti, come il Menocchio del magistrale Il formaggio e i vermi (Einaudi) di Carlo Ginzburg, un mugnaio processato per eresia nell'Italia del 1500, o Il mondo ritrovato di Louis-François Pinagot dello storico francese Alain Corbin (pubblicato da Garzanti), un fabbricante di zoccoli nato nel 1798 in un piccolo villaggio della Normandia scivolato silenziosamente nell’oblio del passato finché uno storico non ne ha trovato il nome in un archivio anagrafico e ha cercato di capire chi fosse e che cosa potesse pensare uno dei milioni di esseri umani che ci hanno preceduto nel corso della storia senza lasciare tracce.
Quanti conoscevano del resto il postcomunista Eduard Limonov prima che Emmanuel Carrère ne raccontasse le ripugnanti imprese e Adelphi lo traducesse in Italia con un grande riscontro di pubblico? E perché l'affermato scrittore francese, autore di Vite che non sono la mia, ha dedicato un libro proprio a quella controversa figura? Perché più in generale si scrivono tante biografie? Secondo Alberto Savinio, autore del parodistico Narrate o uomini la vostra storia, la ragione è che  “la biografia per noi è un gioco segreto... Siamo scortati da qualche tempo a questa parte da un gruppo di nuovi amici costruiti da noi di tutto punto, fra i quali distinguiamo Teofrasto Bombasto di Hohenheim detto Paracelso, e Michele di Nostradamo, e Isadora Duncan, e abbiamo buone ragioni di crederci simili a Carlomagno in mezzo ai suoi Paladini, altrettanto ben difesi e onorati». La biografia era per lui l’occasione ideale per mettersi nei panni di altri e farsi specchio, le sue vite di uomini illustri sono cioè altrettante autobiografie, come nel caso di Michail Bulgakov che, scrivendo la Vita del signor de Molière, ritrovò nell’“antico collega” tanto le affinità creative quanto comuni difficoltà nei rapporti col potere. Raccontare la nostra vita, direttamente o attraverso quelle degli altri, è in fondo un modo di esorcizzare il timore della fine, una forma di terapia psicologica e forse un tentativo di prolungare indefinitamente le nostre esistenze terrene. E l'intima confessione messa in piazza attraverso i blog o i social network di oggi sembrerebbe confermarlo, portando il genere biografico verso forme inedite e nuove frontiere.